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title: I quarant’anni di “Crêuza de mä”
description: Nel marzo del 1984 Fabrizio De André, in collaborazione con Mauro Pagani, pubblicava il suo undicesimo album in studio, “Crêuza de mä
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date: 2024-06-16
modified: 2024-06-17
author: Alberto Fraccacreta
url: https://laragione.eu/life/spettacoli/creuza-de-ma/
categories: [Spettacoli]
tags: [musica, Musica italiana]
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# I quarant’anni di “Crêuza de mä”

![Crêuza de mä](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/06/Evidenza-sito-1296-1024x639.jpg)

Nel marzo del 1984 Fabrizio De André, in collaborazione con Mauro Pagani, pubblicava il suo undicesimo album in studio, “Crêuza de mä

**Nel marzo del 1984 Fabrizio De André, in collaborazione con Mauro Pagani, pubblicava il suo undicesimo album in studio, “Crêuza de mä”,** scritto nella lingua della Repubblica di Genova, «un esperanto commer­cia­le con molte radici a­rabe e occitane, che un tem­po tutti, dal Bosforo a Gibilterra, capivano», come dichiarò l’au­tore in un’in­tervista a “Il Gior­no”.

**Oltre a rappresentare un *unicum *dalla pertinacia leggendaria nel crepitare di luci rifratte degli anni Ottanta**, oltre a raccontare montaliane rimembranze, “**Crêuza”* *è forse la consegna artistica del passaggio dal monocorde *trobar* di sapidità intimista a un bipolarismo concentrico di linee tematiche e sonore**. **Da qui spunta un nuovo De André:** sempre proteso a dar voce agli umili e alle loro disavventure, ma coraz­zato della potente arma di dualità riparativa che ora assolve, ristabilisce, prepara. **È co­me se alla *pars destruens *di “Bocca di rosa” si associ una *pars costruens*, un motivo celeste e celestiale, da Pachelbel dei diseredati**. L’uso di strumenti bislacchi (si pensi alla gaida macedone che introduce il disco) e l’accurata investigazione musicale, nella quale Pagani svolge un ruo­lo importante, dispone il campo all’incantamento che sospinge i marinai verso «**una voglia porca di terra»: cioè «di avere sotto la chiglia ciot­toli di pietra, una *crêuza *amica e si­cura come il sentiero che costeggia i muretti di pietra che dividono i poderi sulle fasce della montagna**» (così Faber in “Sotto le ciglia chissà”, Mondadori 2016).

**La ‘mulattiera di mare’ diviene dunque il simbolo – come attesta il doppio significato in genovese – di un sen­tiero apparente in dire­zione dell’Altrove**, battuto da refoli di vento, luogo incontenibile per sciamani della parola, posto ruvido di commiato che prelude e annuncia altri mondi al di là di questo. E sovrumani silenzi.** Le immagini ricavate dai detti popolari, dai ritmi della voga, dai fondaci e dagli empori sono vividissime. Basti ricordare l’*incipit* della *title-track***: «Umbre de muri, muri de mainé, / dunde ne ve­gnì, duve l’è ch’ané? / Da ’n scitu duve a l’ûn-a a se mustra nûa / e a neutte a n’à puntou u cu­tellu ä gua / e a muntä l’à­se gh’é restou Diu» («Om­bre di facce, facce di marinai, / da dove venite, dov’è che andate? / Da un posto in cui la luna si mostra nuda / e la notte ci ha puntato il coltello alla gola / e a montare l’a­si­no c’è ri­masto Dio»).

**“Crêuza de mä”, stranamente (eppure comprensibilmente),* *ebbe una vasta eco in tutto il mondo: è noto che il compositore David Byrne segnalò a “Rolling Stone”* *l’importanza cruciale del disco nella scena musi­cale de­gli anni Ottanta**. L’abbrivo catalizzatore di canzoni come “Jamin-a” o “D’ä mæ riva” esibisce *in nuce* quella maturità artistica di soggetti e sono­rità che avrà pieno raccordo nelle tracce di “Anime salve” (1996). **Ad esempio, il ritaglio strumentale di “Smisurata preghiera” – lungo più di due minuti, che segue al ringhio arrembante della de­nuncia sociale e chiude l’album – mette in sce­na gli attimi precedenti alla visione del volto di Dio.** Le anime in­ferme ma «salve», i catarri sgra­diti che la so­cietà raffreddata sputacchia qua e là, guardano ora al loro compimento.

In generale, **l’opera di De André – proprio a partire da “Crêuza de mä” – ci appare oggi come una delle più grandi riabili­ta­zioni del reietto nel Novecento italiano, as­sieme a neorealismo letterario e cinematografico**: un neo­realismo però che, pur rammentando costantemente la sua ma­trice lai­­ca e anarchica, non rinuncia a una dimensione delle cose gonfia di elevazio­ne e rapimento. Dimensione che può essere anche chiamata ‘mistica’.

di *Alberto Fraccacreta*
