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title: "Dalla e Battisti, l&#8217;eredità dei due Lucio"
description: Il nome è quello di Lucio, le date il 4 e il 5 marzo di ottantun anni fa. I protagonisti? Lucio Dalla e Lucio Battisti
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date: 2024-03-05
author: Federico Arduini
url: https://laragione.eu/life/spettacoli/dalla-battisti/
categories: [Spettacoli]
tags: [musica, Musica italiana]
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# Dalla e Battisti, l&#8217;eredità dei due Lucio

![Dalla Battisti](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/03/Evidenza-sito-925-1024x639.jpg)

2022-03-10 16:56:18

2022-03-10 15:56:18

Raccontare Lucio Dalla in poche righe è impresa impossibile. Fu cantautore sopraffino: nato dal jazz si sposò alla tanto criticata musica leggera.

Raccontare Lucio Dalla in poche righe sarebbe un’impresa impossibile. Lo sarebbe raccontare il suo legame con Bologna e i bolognesi, che ancora oggi ne tengono vivo e forte il ricordo, nelle strade, nelle vetrine dei negozi, più o meno ovunque si volga lo sguardo. Per questo non è cosa rara incontrare ragazzi con la sua musica sparata in una cassa portatile, in giro in bicicletta per le vie del centro della città, o imbattersi nei passanti in piazza Cavour, fermi a fianco della sua statua, intenti a parlargli.

Dalla nacque il 4 marzo del 1943 proprio nelle braccia di questa Bologna e lì crebbe in fretta per via della morte del padre, la cui mancanza segnò profondamente tutta la sua vita, ampliando una sensibilità già di per sé insita nel suo carattere. A tirarlo su ci pensò quindi la madre, sarta con grande talento ed estro artistico, che assecondò sempre il carattere di Lucio fin dalle sue prime esibizioni improvvisate da bambino tra le vie di Manfredonia. Le estati perse tra il mare e i pomeriggi a strimpellare furono fondamentali per la sua formazione, per la sua visione.

Poi fu il decimo compleanno, il primo clarinetto in regalo e l’amore travolgente per il Jazz, colonna portante della sua musica, sempre presente sotto la superficie anche là dove non sembra essercene traccia. Capita spesso che di Dalla si ricordi per lo più questo, insieme alla sua voce, espressiva e potente, fino agli iconici versi in scat (linee vocali con cui si imitano fraseggi tipici degli strumenti musicali). Eppure, Lucio fu cantautore sopraffino, capace di fermare momenti come fotografie, di raccontare sentimenti e storie che sembrano prendere vita davanti agli occhi di chi ascolta. Fu dopo il lungo periodo di collaborazione con il poeta Roberto Roversi che Dalla, dilaniato dal fatto di non essere ancora riuscito a parlare una lingua capace di arrivare al grande pubblico, alla gente comune, di cui lui si è sempre sentito parte, decise di fare da sé nella stesura dei testi, affidando la produzione degli album successivi ad Alessandro Colombini. La tanto agognata svolta arrivò proprio dalla cosiddetta trilogia “del disvelamento”, nata da questa collaborazione e composta da album immortali del calibro di “Com’è profondo il mare”, “Lucio Dalla” e “Dalla”.

Il filo rosso? La tanto criticata musica leggera, difesa a spada tratta da Lucio in più di un’intervista, contro quella stampa a detta sua incapace di capire che una buona canzone è tale “perché mi mette allegria, mi fa accarezzare la mia donna, mi fa venire voglia di stare insieme agli altri”. Insomma, “Perché chiedere di più alle canzoni?”. 

E di canzoni ha sempre dimostrato di saperne Lucio, scrivendone d’immortali, da “Anna e Marco” a “La sera dei miracoli” fino a “Stella di mare”. Legati ai suoi brani, alla loro genesi, si sprecano gli aneddoti alcuni al limite della vera e propria leggenda. Dalla nascita di Futura, una notte d’inverno a Berlino, mentre Dalla, a fianco di Phill Collins, guardava la città di notte sul Muro che divideva la città, fino a Caruso, scritta sul piano scordato del grande tenore in un albergo di Sorrento. L’ultima leggenda è legata proprio al giorno prima della sua morte, avvenuta il 1° marzo di dieci anni fa a Montreux, dove Lucio era per l’amato festival Jazz. Pare fosse andato a salutare la statua di Freddie Mercury e, dopo essersi raccolto in preghiera, lo avesse salutato con un “Ci vediamo domani, Freddie”.

E chissà, forse, si sono incontrati davvero. 

di Federico Arduini

 

10 anni senza Lucio Dalla

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2022-03-10 16:58:26

2022-03-10 15:58:26

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2022-04-23 18:00:41

2022-04-23 16:00:41

Il 23 aprile del 1972, al Teatro 10 di Cinecittà, accadde un vero e proprio miracolo: Mina e Battisti insieme sullo stesso palco, per la prima e ultima volta. La musica italiana toccò in quel momento il suo apice.

C’è una sera nella storia della musica italiana che ha fatto da spartiacque, segnando un prima e un dopo. È la “sera dei miracoli” – il 23 aprile del 1972, cinquant’anni fa – al Teatro 10 di Cinecittà: Mina e Battisti insieme sullo stesso palco, per la prima e ultima volta. Ogni cosa, tra l’inizio e la fine, ha il proprio apice; la musica italiana lo ha toccato in quei pochi minuti.

Pare sia stata Mina, che con Alberto Lupo conduceva “Teatro 10” nell’omonimo studio, a proporre alla Rai di avere Battisti come ospite dell’ultima puntata dello show. Nonostante Lucio fosse sempre stato restio a esibirsi dal vivo – lui che non amava i grandi palchi e della riservatezza stava già facendo un perno della propria vita – decise di accettare dopo essersi confrontato a lungo con Mogol.

Aveva da poco firmato un nuovo contratto con la Numero Uno, dopo la scadenza del precedente accordo con la Ricordi Dischi, pubblicando nel dicembre del 1971 sotto la nuova etichetta uno dei suoi singoli di maggior successo: “La canzone del sole”. Di fatto, un nuovo inizio. Un’occasione come quella offertagli dalla Rai era difficilmente rifiutabile. Questo nonostante alla stampa non fosse mai andato troppo a genio il programma, tanto d’arrivare a criticare persino l’esibizione dei Bee Gees di qualche settimana prima. L’opportunità di duettare con Mina vinse ogni ritrosia.

Fu così che Lucio partì da Milano alla volta di Roma, insieme non ai Formula 3 ma a quelli che sarebbero passati alla storia come i suoi “5 amici di Milano”: Massimo Luca, Gianni Dall’Aglio, Gabriele Lorenzi, Eugenio Guarraia e Angel Salvador. Nessuno di loro poteva immaginare che avrebbero accompagnato due giganti in quello che sarebbe diventato uno dei concerti più iconici della storia della canzone italiana.

Ad ascoltare quei nove minuti di musica e a vedere l’intesa e l’energia sprigionata da entrambi, si potrebbe pensare che siano stati provati tutti i minimi dettagli dell’esibizione. Niente di più sbagliato: il medley fu costruito e pensato in treno, tra una fermata e l’altra. Soltanto una brevissima prova, ritardata dalla mancanza di pelli nuove della batteria, precedette l’uscita sul palco.

Presentato da Lupo, per l’occasione Battisti eseguì da solo (in playback) “I Giardini Di Marzo”. Mina lo raggiunse poco dopo, sciogliendo l’evidente imbarazzo di Lucio con poche parole: «Tu di solito canti le tue canzoni… Io molto spesso canto le tue canzoni. Cosa ne dici se le cantiamo insieme queste canzoni?». Sei canzoni in tutto, da “Insieme” a “Mi ritorni in mente” fino alla chiusura con “Emozioni”. Non poteva esser scelto brano migliore, a segnare il passaggio da un’epoca all’altra.

Gli splendenti anni Sessanta e i loro echi erano ormai arrivati alla loro naturale conclusione: gli anni che si stavano aprendo avrebbero avuto altro di cui cantare, altri protagonisti. La leggerezza che fino ad allora si respirava sarebbe stata messa in pausa.

La fine di un’era, in nove minuti.

di Federico Arduini

9 minuti di Mina e Battisti insieme

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2022-04-23 15:24:15

2022-04-23 13:24:15

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2023-07-08 17:00:18

2023-07-08 15:00:18

"Con il nastro rosa" è, simbolicamente, l'ultima canzone dell'ultradecennale sodalizio Battisti-Mogol. Cosa è accaduto fra i due?

“Con il nastro rosa” di Lucio Battisti fu pubblicata dalla casa discografica Numero Uno come lato b dell’Lp “Una giornata uggiosa”. Fu inclusa in posizione finale nell’omonimo album che uscì nel febbraio 1980. Si tratta quindi, simbolicamente, dell’ultima canzone firmata dall’ultradecennale sodalizio fra il cantautore di Poggio Bustone e Mogol, il più celebre paroliere di quegli anni.

Nel libro “Con il nastro rosa. L’ultima canzone di Mogol e Battisti” (GM Press, 2020) Donato Zoppo racconta passo dopo passo la «fine del sogno»: le registrazioni nel 1979 a Londra «con Geoff Westley e uno staff di grandi musicisti inglesi», la «copertina piovosa divenuta un’icona pop», l’ultima intervista rilasciata da Battisti «in una camera d’albergo di Zurigo», la strada artistica con Mogol che lentamente si biforca fino alla silenziosa faglia di divisione.

Cosa è accaduto fra i due? Il segreto dell’addio è forse racchiuso in quegli stessi versi che parlano altresì di un matrimonio incipiente, di un passato che si rompe, di frasi con «doppi sensi» che allarmano e, specialmente, della «paura» sopraggiunta all’apparir del vero sentimento: la speranza è tutta dalla parte della sincerità, di quell’allegorica «libellula» in un «prato» di libertà e slanci. Ma ecco che nel (montaliano) “sciame dei pensieri” arrivano i dubbi e le incertezze del refrain: «Chissà, chissà chi sei... / chissà che sarai... / chissà che sarà di noi: / lo scopriremo solo vivendo».

In un pezzo del 1984, “Come mi vuoi”, Paolo Conte esprime le identiche perplessità per il futuro degli amanti («Dove mi porti tu? / Mi piacerai? / Mi capirai? / Sai come prendermi?»), ma la memorabilità del sigillo aforistico la imprime proprio Mogol con «lo scopriremo solo vivendo», che è ormai una locuzione proverbiale a tutti gli effetti (simile al dantesco «fatti non foste a viver come bruti» o al manzoniano «la sventurata rispose»). In ogni rapporto – che sia d’amicizia o d’amore – c’è il rischio della rottura o la possibilità dell’happy ending: il senso è nel vivere la scoperta e la scoperta è in fin dei conti la vita stessa.

La seconda strofa di “Con il nastro rosa” gioca con le astuzie della lingua per instaurare una pregnante metafora: le «casse» del «magazzino» sono tante e le opzioni possono paralizzare l’uomo nel kierkegaardiano punto zero dell’esistenza. «Il magazzino che contiene tante casse, / alcune nere, alcune gialle, alcune rosse, / dovendo scegliere e studiare le mie mosse / sono all’impasse. // Mi sto accorgendo che son giunto dentro casa / con la mia cassa ancora con il nastro rosa / e non vorrei aver sbagliato la mia spesa / o la mia sposa».

La coppia minima spesa-sposa (due parole distinte soltanto dal valore fonematico della vocale centrale) sottolinea la portata, esigua o gigantesca, dell’errore: cosa succede se, invece di sbagliare la spesa, si sbaglia la sposa? È troppo tardi per chiederselo. L’urgenza dell’attimo ha già chiamato a una scelta.

di Alberto Fraccacreta

L’ultima canzone con il nastro rosa

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2023-07-08 09:20:24

2023-07-08 07:20:24

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