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De André in chiave Jazz al Blue Note, Luigi Viva: “Fabrizio amava il Jazz”

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“Viva de André”, che arriva al Blue Note milano domani, non è solo un tributo, ma un modo per riportare al centro il percorso umano e civile di Faber

De André in chiave Jazz al Blue Note, Luigi Viva: “Fabrizio amava il Jazz”

“Viva de André”, che arriva al Blue Note milano domani, non è solo un tributo, ma un modo per riportare al centro il percorso umano e civile di Faber

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De André in chiave Jazz al Blue Note, Luigi Viva: “Fabrizio amava il Jazz”

“Viva de André”, che arriva al Blue Note milano domani, non è solo un tributo, ma un modo per riportare al centro il percorso umano e civile di Faber

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Domani, 4 febbraio, al Blue Note di Milano, le canzoni di Fabrizio De André torneranno a suoneranno in una veste per molti inedita: quella jazz. “Viva De André, ideato e diretto da Luigi Viva con gli arrangiamenti del chitarrista e compositore Luigi Masciari, arriva nel tempio milanese del jazz con un doppio set (20.30 e 22.30) e un bagaglio di oltre sette anni di tournée, sold out nei principali teatri e festival italiani. Un concerto-racconto che intreccia musica dal vivo, narrazione, immagini e tracce audio della voce di Faber, per restituire al pubblico non solo il mito, ma l’uomo dietro le canzoni.

«Per noi è un ritorno, qualche anno fa al Blue Note abbiamo fatto sold out e ne sono particolarmente felice» racconta Viva. «All’inizio ero spaventato: temevo un pubblico distratto, ai tavoli, magari più concentrato sulla cena. Invece ho trovato persone attentissime, competenti, capaci di intuire le parti più liriche e intriganti musicalmente e di reagire durante l’esibizione: il massimo per chi sta sul palco, soprattutto per i musicisti». Salire su quel palco, aggiunge, non è mai un rito scontato: «Ogni volta è come una storia che ricomincia da capo: non bisogna mai abbassare la guardia, mai sedersi sugli allori. Si cerca sempre di dare il meglio».

Nel tempo, “Viva De André” ha trovato una sua formazione stabile, tanto sul piano musicale quanto su quello umano: «Ci abbiamo lavorato a lungo» spiega Viva. «Volevamo una band compatta, in cui i musicisti condividessero davvero il progetto. Abbiamo una punta di diamante come Francesco Bearzatti, che nel 2011 è stato nominato miglior sassofonista europeo dall’Académie du Jazz in Francia: sono strumentisti con molto lavoro e grande credibilità. Il fatto che continuino a mantenere il loro impegno con questo progetto per me è motivo di orgoglio». A Milano, poi, ci sarà un ospite speciale ma presente per l’intero concerto: «Eccezionalmente, sarà con noi Giulio Carmassi, musicista italiano che vive da oltre vent’anni negli Stati Uniti: è di Lucca, ha suonato per tre anni con Pat Metheny, ha girato il mondo con il gruppo. Non farà una semplice apparizione su un brano o due: sarà sul palco con noi per tutto il set». Polistrumentista prodigioso, Carmassi al Blue Note suonerà tastiere, tromba, percussioni e userà anche la voce come strumento, in vocalizzi.

La scelta di non avere un cantante che interpreti De André è stata chiara fin dall’inizio: «Non ho voluto nessuno che cantasse le sue canzoni, per ovvi motivi» spiega Viva. «È una questione di rispetto e di misura: il paragone sarebbe insostenibile. Preferisco che siano la musica, le melodie e la voce stessa di Fabrizio – nelle tracce audio che utilizziamo – a riportarlo in sala». In questo equilibrio si gioca uno dei punti di forza dello spettacolo: da una parte il pubblico più affezionato a De André, magari poco avvezzo al jazz, dall’altra gli appassionati di jazz che scoprono o riscoprono il suo repertorio: «Ci siamo accorti che arrivano appassionati di De André che non conoscono il jazz e restano coinvolti dal lavoro sugli arrangiamenti: le melodie restano riconoscibili e quando percepisci la linea melodica ti torna in mente la voce di Fabrizio, la canticchi dentro di te. C’è una forza evocativa enorme, molto più di un’imitazione. Allo stesso modo, chi ci segue nei festival jazz si ritrova trascinato nel mondo di Faber».

Lo spettacolo è costruito come un viaggio: musica dal vivo, narrazione, materiali d’archivio: «Ci sono le tracce audio delle interviste, alcuni passaggi inediti, in una addirittura canta» racconta Viva. «È uno spettacolo, in un certo senso, multimediale. Abbiamo avuto la collaborazione della Fondazione De André – io sono socio fondatore – e per me è fondamentale essere sempre rispettoso, sia della Fondazione sia dell’eredità artistica e umana della famiglia. Non voglio mai interpretare il pensiero di Fabrizio: nel dubbio preferisco citare una sua frase, lasciare che sia lui a parlare». È una responsabilità che pesa, soprattutto per chi l’ha conosciuto da vicino: «Per me è una continua rielaborazione del dolore» ammette. «La sua scomparsa è stata una perdita enorme, come se avessi perso un fratello maggiore. Quando, nel buio della sala, risento la sua voce che parla, è come averlo lì accanto. A volte mentre racconto mi si rompe la voce: mi torna in mente un episodio, una parola e l’emozione ti prende».

Nel lavoro sugli arrangiamenti jazz, Viva e Masciari hanno scoperto nuove sfaccettature delle canzoni: «Senza falsa modestia sapevo che, scegliendo Luigi, sarei stato in buone mani» dice. «Conoscevo i suoi dischi, avevo scritto delle recensioni, mi aveva colpito la sua capacità compositiva. Gli ho dato carta bianca, limitandomi a suggerire qualche titolo, e lui stesso è rimasto sorpreso da come certi brani vivessero in questa nuova luce. Penso al “Pescatore”, che facciamo in chiave quasi funk: prende nuova vita. Vuol dire che le basi armoniche e melodiche di quelle canzoni, nella loro apparente semplicità, contenevano già un’impronta fortissima». La scelta del jazz non è stata casuale: «Non volevo fare l’ennesimo spettacolo di cover. Ho scelto la strada più difficile, quella difficilmente replicabile, perché richiede mesi di lavoro: selezionare i brani, riscrivere tutto, scegliere musicisti di altissimo livello. E, soprattutto, perché Fabrizio amava il jazz. Nell’ultimo disco che stava immaginando, voleva arrangiare in chiave jazz una delle quattro suite dei Notturni. Ne parlavamo spesso: io lo provocavo, gli dicevo “perché non fai un disco jazz?”. L’ultima incisione, con Mina in “Marinella”, è di fatto arrangiata in chiave jazz e lui canta da grandissimo crooner. Da lì l’idea è venuta quasi naturale».

Anche la band riflette questo incrocio di mondi: «Non sono jazzisti “puri” chiusi nel loro linguaggio» sottolinea Viva. «Sono musicisti contaminati, che hanno suonato rock, blues, pop. Questo fa sì che ogni concerto sia diverso: quando improvvisano, il concerto resta sempre fresco, mai uguale alla sera prima».

“Viva de André” non è solo un tributo, ma un modo per riportare al centro il percorso umano e civile di Faber: il sequestro, l’alcolismo, le fragilità, ma anche lo sguardo compassionevole sui vinti, sui marginali, su chi fa fatica a stare al mondo: «Quando il pubblico capisce che dietro le canzoni c’è un percorso di vita, un impegno civile e politico, una sofferenza vera, si avvicina ancora di più» conclude Viva. «Fabrizio aveva la capacità di guardare dentro l’animo di ognuno, coglierne le miserie senza giudicarle, ma con comprensione. Se riusciamo a restituire anche solo una parte di quello sguardo, allora lo spettacolo ha senso».

Domani, al Blue Note, quell’incontro tra jazz e De André tornerà a vivere due volte in una sera. Per qualcuno sarà un nuovo modo di ascoltare canzoni amate da sempre, per altri l’occasione di scoprirle per la prima volta. In entrambi i casi, la sensazione sarà quella di avere Faber ancora un po’ più vicino.

di Federico Arduini

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