Dead Poets Club e l’AI in musica: “Dimostriamo la centralità dell’uomo nell’uso di uno strumento innovativo”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il collettivo Dead Poets Club sul loro innovativo progetto che unisce musica e AI
Dead Poets Club e l’AI in musica: “Dimostriamo la centralità dell’uomo nell’uso di uno strumento innovativo”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il collettivo Dead Poets Club sul loro innovativo progetto che unisce musica e AI
Dead Poets Club e l’AI in musica: “Dimostriamo la centralità dell’uomo nell’uso di uno strumento innovativo”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il collettivo Dead Poets Club sul loro innovativo progetto che unisce musica e AI
C’è un luogo in cui le parole dei poeti tornano a vivere, sospinte da beat contemporanei e da un uso intelligente della tecnologia. È il territorio dei Dead Poets, il collettivo formato da Giovanni Favero, Roberto Turatti e Fulvio Muzio, che con l’EP Dead Poets Club esplora l’incontro tra intelligenza artificiale, musica elettronica e grande poesia. Nato come laboratorio sperimentale in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca e lo spin-off Whattadata, il progetto riscrive in chiave moderna le opere di autori come Blake, D’Annunzio, Rosalia de Castro e Catullo.
Nel loro ultimo singolo, Negra Sombra, i Dead Poets trasformano la malinconia della poetessa galiziana in un ritmo irresistibile, dove reggaeton e introspezione si fondono in un ballo simbolico con la propria ombra. È solo una delle tappe di un percorso che unisce letteratura e sound design, e che dimostra come l’intelligenza artificiale possa ampliare, non sostituire, la creatività umana. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con loro per conoscere meglio il progetto
Come è nato questo progetto?
Giovanni Favero: Il progetto nasce perché, in realtà, io nella vita sono un imprenditore: mi occupo di altro, però lavoro anche nell’editoria e in progetti innovativi. Mi sono incuriosito sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Ho gli uffici alla Bicocca, di fronte alla facoltà di Informatica, e frequento quell’ambiente: ho anche alcuni progetti in partnership con l’Università di Milano-Bicocca. Essendo amico di Fulvio Muzio (che è il musicista) e conoscendo quello che considero uno dei più grandi “alchimisti” dell’intelligenza artificiale applicata alla musica, Roberto Turatti, ho pensato di creare un tavolo di lavoro per sviluppare un progetto innovativo su questa tematica. In modo provocatorio abbiamo scelto di farlo così: creare canzoni che partissero da musiche inedite del musicista, venissero arrangiate dal producer “in dialogo” con l’intelligenza artificiale, ma attingessero a testi di poesie immortali. In questo modo fugavamo il dubbio che l’elemento umano non fosse prevalente: abbiamo poesie straordinarie, musiche inedite e il lavoro del producer che si relaziona con l’AI, che diventa a quel punto l’arrangiatore. La finalità era dimostrare la centralità dell’uomo nell’uso di uno strumento innovativo. E questo è interessante perché va in controtendenza rispetto a una narrativa diffusa: quella per cui “fa tutto lei” e l’elemento umano non ha più valore. Se la usi in modo superficiale, ti butta fuori una canzone banale; se invece parti per impreziosire il lavoro dell’uomo, trovi un partner.
È un punto importante, anche perché in un periodo come questo è utile avere un progetto “fattuale”, con un risultato vero: dalla partenza a zero fino al prodotto finale, per capire cosa c’è di vero e cosa no nel racconto sull’AI. Però adesso partirei dal lato musicale: sono curioso di sapere come avete lavorato
Fulvio Muzio: Tieni presente che il progetto prevedeva l’uso di testi poetici che non potevano essere modificati in alcun modo. Quindi il lavoro è stato trovare musiche che potessero adattarsi alla metrica delle poesie. Questo è avvenuto in parte riprendendo spunti che avevo già “nel cassetto” e che corrispondevano alla metrica di alcune poesie: combinazione e fortuna ci hanno assistito, perché anche il mood dei brani si prestava fin da subito. In parte, invece, sono state musiche composte apposta per andare d’accordo con quei testi. A quel punto il lavoro è passato a Roberto Turatti che, dialogando con l’intelligenza artificiale, ha fatto arrangiamento ed elaborazione di questi elementi. Però parliamo di due elementi già “umani” e definiti: musiche inedite e poesie selezionate da noi con una scelta ragionata. Le poesie le abbiamo scelte anche perché di autori universalmente noti e – aspetto importante – libere da copyright. Da qui deriva anche il nome del progetto, che richiama l’Attimo fuggente (il cui titolo originale è Dead Poets Society). Questi poeti, essendo fuori diritti, sono “estinti” da tempo. Inoltre abbiamo voluto spaziare per culture: dal cinese del VI secolo d.C. fino al più moderno, che è D’Annunzio.
Come vi siete mossi nella scelta di poesie e autori: le opzioni potevano essere infinite
Roberto Turatti: Premetto che io da più di un anno sperimentavo il programma che ho usato, che è un po’ quello che usano quasi tutti. Mi sono reso conto che se scrivi “fammi un brano anni ’80”, per dire, escono cose banalissime. Ho pubblicato più di un anno e mezzo fa sette album realizzati così, proprio per vedere cosa succedeva: magari qualche brano è interessante, però spesso sono di una banalità allucinante. Per evitare questa banalità devi costruire prompt più articolati. Il programma, tra l’altro, si è evoluto: quando l’ho usato io era la versione 2.0, adesso è la 5, quindi migliora di continuo. È stato anche divertente, perché le strade possibili erano molte. Insieme abbiamo deciso quale direzione produttiva potesse funzionare meglio per ogni brano. Io mandavo a Giovanni e a Fulvio delle ipotesi di arrangiamento, poi insieme sceglievamo la strada giusta e raffinavamo ulteriormente il prompt per ottenere risultati meno scontati. Il vantaggio, partendo da canzoni esistenti (cioè da musiche già composte), è che il risultato è meno banale: segue la melodia di partenza. Nei nostri brani, fortunatamente, non c’è solo dance o rock classico: ci sono mix di generi, perché con prompt raffinati arrivi a cose più diverse e meno “fotocopia”.
Poi attenzione: c’è stato anche un intervento di post-produzione. Io lo dico sempre: i musicisti si spaventano e pensano “adesso noi e gli arrangiatori…”. Io ho parlato con un arrangiatore amico che non voleva nemmeno sentir nominare l’intelligenza artificiale: dopo un’ora di spiegazione mi ha detto “se la uso così, può essere un grande aiuto”. Perché non è un nemico: deve essere un partner. Ma deve esserci sempre l’essere umano che dirige. Farsi dirigere dall’intelligenza artificiale – per me – è una deficienza: non è un’intelligenza.
Giovanni, torniamo alla scelta degli autori: come avete costruito il percorso?
Giovanni Favero: La scelta nasce dall’idea di coprire epoche, culture e provenienze geografiche globali. Il più lontano nel tempo, in realtà, è Catullo. E con Catullo abbiamo accettato anche la sfida del latino: abbiamo scoperto che l’intelligenza artificiale non “sa” latino, lo canta come uno scolaro americano. Quindi abbiamo dovuto trovare escamotage per ottenere una pronuncia corretta. Poi Edgar Allan Poe, Baudelaire, William Blake (che è il primo singolo uscito) e arriviamo fino a D’Annunzio.
L’idea è: poeti fuori diritti dal punto di vista giuridico, ma di grande rilevanza nella letteratura mondiale, omaggiando ogni cultura. Il comune denominatore, produttivamente, è un substrato EDM; con l’eccezione di D’Annunzio, che diventa un brano rap. Tra l’altro abbiamo fatto anche un test con un istituto scolastico: la preside ci ha detto che non aveva mai visto tanta rapidità da parte dei ragazzi nell’imparare a memoria una poesia.
Come avete poi lavorato quanto elaborato dall’AI dal punto di vista musicale per umanizzarlo?
Fulvio Muzio: Quello che ti restituisce l’intelligenza artificiale non è perfetto. È molto bello, la qualità è alta, però ci sono sempre aspetti migliorabili o che non corrispondono esattamente al nostro gusto. Abbiamo quindi fatto un lavoro di post-produzione. In pratica, una volta che Roberto ha fatto il suo passaggio, i brani sono tornati a me: ho importato le tracce separate (gli stem) nella mia DAW, il software tipico da studio. A quel punto si è fatto un lavoro di selezione e cucitura tra versioni diverse: per esempio su “Negra sombra” ci piaceva una voce per la prima strofa in una versione e un’altra voce più aggressiva per il resto; le abbiamo unite per creare un crescendo anche d’intenzione. In altri casi abbiamo aggiunto elementi in modo tradizionale: sul brano di D’Annunzio, per esempio, ho sentito il bisogno di inserire una frase di synth. E poi c’è stato il lavoro “non divertente ma efficace” sul latino: correggere la pronuncia con escamotage, anche cambiando la grafia per ottenere il suono giusto.
Non una cosa facile agire dopo su quanto prodotto dall’AI
Roberto Turatti: Il programma ha una sua sonorità che è molto bella e funzionale: se gli fai fare rock suona rock, se gli fai fare dance suona dance. Però quando separi in stem, cioè quando tiri fuori tracce separate da un mix, non è mai “pulitissimo”: la separazione oggi si fa con controfasi e frequenze, ma non puoi togliere totalmente un suono da dentro un insieme. Quindi quando smembri e poi sostituisci delle parti, a volte viene male perché restano “sporcizie” nelle tracce. Per questo l’intervento umano è fondamentale: l’AI può essere partner e darti spunti, ma se pubblichi il brano “così com’è” spesso resta scontato. Un minimo intervento per renderlo personale bisogna farlo. E qui è stato importante partire da musiche inedite umane: l’AI non ha creato la melodia da zero.
Avete pensato a una declinazione dal vivo del disco? A come presentarlo?
La versione live sarà uno showcase: un contesto in cui si capisca come da un brano suonato e cantato chitarra e voce (da Fulvio Muzio, che è alla base del progetto) si possa “ricostruire” il lavoro fatto, ovviamente sintetizzato in alcuni passaggi.
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Dead Poets Club è anche produzione
C’è ancora la firma dei Dead Poets Club dietro una nuova storia dove musica e racconto sociale si intrecciano. Dopo l’EP Dead Poets Club, il collettivo di Giovanni Favero, Roberto Turatti e Fulvio Muzio torna in veste di produttore e arrangiatore per il debutto dei Cockn’y Outcast, gruppo nato tra le mura del carcere di Wandsworth e oggi protagonista di un progetto dal forte contenuto umano e urbano. Il loro singolo d’esordio, “In Milan Town Tonight (February 6th 2026)”, fonde elettronica, rock e narrazione metropolitana per raccontare la città di Milano tra luci olimpiche e zone d’ombra, nel segno di quella stessa tensione tra arte e realtà che ispira anche i Dead Poets.
di Federico Arduini
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- Tag: musica
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