Enzo Onorato racconta Lady Day Recordse “Le Crisalidi” vol. 3: “Le Crisalidi: due lati, due artiste, un’idea di libertà”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Enzo Onorato per farci raccontare come nasce Lady Day, cosa significa trasformare un’etichetta in un atto culturale
Enzo Onorato racconta Lady Day Recordse “Le Crisalidi” vol. 3: “Le Crisalidi: due lati, due artiste, un’idea di libertà”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Enzo Onorato per farci raccontare come nasce Lady Day, cosa significa trasformare un’etichetta in un atto culturale
Enzo Onorato racconta Lady Day Recordse “Le Crisalidi” vol. 3: “Le Crisalidi: due lati, due artiste, un’idea di libertà”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Enzo Onorato per farci raccontare come nasce Lady Day, cosa significa trasformare un’etichetta in un atto culturale
L’8 marzo arriva il terzo volume di Le Crisalidi, la collana in vinile 7” (45 giri) con cui Lady Day Records – etichetta nata dentro il marchio Lilium Produzioni – prova a tenere insieme musica, immaginario e responsabilità sociale. Il disco, distribuito da Self Distribuzione e disponibile in preorder dal 28 gennaio, mette in dialogo due artiste diverse per linguaggio e attitudine: sul lato A Gamaar con “Guardami”, sul lato B Dada Sutra con “Vita di Vespa”, due tracce che diventano un piccolo concept sulla riscrittura delle regole, la rottura degli stereotipi e una tensione esplicitamente anti-autoritara.
La data non è casuale: come spiega Enzo Onorato, responsabile di Lilium Produzioni, l’8 marzo resta un simbolo che va oltre la ritualità e richiama un’urgenza concreta, quella di sostenere il diritto delle donne all’autodeterminazione e di non abbassare mai l’attenzione su violenza e oppressione. In questo senso Le Crisalidi non è solo un’uscita discografica: è un tassello di un progetto più ampio che, attraverso concerti, merchandising e pubblicazioni, contribuisce a costruire borse lavoro destinate a donne che hanno subito violenza e che, con il supporto dei centri antiviolenza, cercano strumenti reali per riconquistare autonomia e sicurezza.
A partire da questa uscita e dalla scelta “controcorrente” del formato fisico, in tiratura limitata e curato anche sul piano grafico abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Onorato per farci raccontare come nasce Lady Day, cosa significa trasformare un’etichetta in un atto culturale
Io vorrei conoscere meglio il tuo progetto: come nasce tutto?
Cerco di fartela breve anche se, in realtà, dietro ci sono anni di musica e di lavoro. Io nasco come bassista: sono un musicista e per anni sono stato il bassista di una band storica, una di quelle realtà seminali della scena italiana degli anni ’80. Parliamo di un periodo in cui tante band che poi sarebbero diventate “di riferimento” sarebbero arrivate dopo: noi abbiamo vissuto e costruito un pezzo di quel contesto, condividendo una scena e un momento storico molto forte.
E poi come si è spostato il tuo percorso, dal palco alla produzione?
A un certo punto ho sentito l’esigenza di continuare a muovermi nella musica in modo più ampio. Mio fratello, che era il cantante della band, ha proseguito con un percorso solista e io l’ho seguito per un paio di album, sia come musicista sia come produttore. In parallelo è nata anche una struttura di produzione, che all’inizio serviva soprattutto per supportare le nostre cose, ma poi ci siamo resi conto che intorno c’era un fermento enorme e che aveva senso continuare a lavorare dentro la discografia.
Che cosa hai fatto, concretamente, in tutti quegli anni?
Ho prodotto tantissime band, davvero centinaia, e ho organizzato festival di vario tipo sia a Milano che in giro per l’Italia. A un certo punto sono diventato anche editore musicale, quindi ho seguito un lavoro editoriale e di accompagnamento per molte realtà. E una cosa che ho sempre cercato di fare è stata lavorare a 360 gradi, senza fermarmi a un solo genere: rock, pop, canzone d’autore, sperimentazione, musica classica, DJ set. La musica è tutta bella, se la fai bene, e in Italia ci sono produzioni enormi che spesso restano sconosciute: manca ancora la capacità (e a volte i mezzi) per rendere visibile quel “magma” che sta sotto la superficie.
In questo discorso entra anche il tema della “gavetta”, no?
Sì, perché noi ci entusiasmiamo quando vediamo emergere una band, magari arriva a Sanremo o parte con un tour importante e diciamo “eh, hanno fatto gavetta”. Ma la verità è che ci sono tantissime band che fanno gavetta di ogni tipo e non riescono a emergere perché il mercato è quello che è, e lo sappiamo. Non è una questione di talento, spesso è proprio una questione di possibilità e di spazio.
Quando nasce l’esigenza di legare musica e impegno sociale, fino a Lady Day?
R: Arriva attraverso incontri precisi e situazioni che ti cambiano lo sguardo. Io ho conosciuto una sociologa della rete antiviolenza trentina, Emanuela Skulina, che lavorava (e collabora) con realtà come Fondazione Famiglia Materna e associazioni sul territorio. All’inizio io mettevo a disposizione soprattutto il mio lavoro, cercando di portare dentro gli eventi e i progetti musicali anche realtà che lavoravano sulla prevenzione della violenza sulle donne. Poi, frequentando quel mondo, parlando con psicologhe e operatrici, vedendo come la situazione peggiorava e confrontandomi anche con figure come Lucia Annibali, mi sono reso conto che era giusto fare qualcosa di più: non far spegnere i riflettori, continuare a parlarne e fare sensibilizzazione in modo costante.
E la musica diventa il veicolo principale.
Esatto, perché con musica e cultura puoi arrivare alle persone in modo diretto. Lady Day nasce anche da questa idea: usare un mezzo “alto” ma accessibile per portare un messaggio, fare un’operazione sociale e creare momenti di confronto. Il progetto è nato nel 2013 e nel tempo ha preso forme più ampie: all’inizio era soprattutto un talk, “La violenza non è un destino”, che facciamo ancora oggi nelle scuole, nei centri studenteschi e con la cittadinanza, coinvolgendo sociologhe, psicologhe, artiste e, quando possibile, i centri antiviolenza territoriali, perché la prevenzione è davvero efficace quando quei presidi sono parte del lavoro.
Poi avete trasformato il progetto anche in un format live.
Sì, a un certo punto abbiamo pensato: facciamolo diventare anche concerti, una cosa che viaggia, che entra nei club. È nato Lady Day Live Club: appuntamenti in cui suonano due o tre band a sera e prima del live c’è sempre un momento di introduzione, per spiegare perché esiste quella serata e cosa sostiene. Le artiste hanno dato forza al progetto: all’inizio erano poche, poi sono diventate tantissime, e negli anni abbiamo ricevuto attenzione e apprezzamento da molte persone e molti artisti in giro per l’Italia.
A quel punto arriva l’etichetta: Lady Day Records. Perché era importante aggiungere anche questo?
Perché volevamo fare qualcosa di più strutturato e anche più concreto. Nel frattempo stavamo portando avanti il tema delle “borse lavoro”: un aiuto reale per sostenere percorsi di reinserimento lavorativo per donne che hanno subito violenza, in collaborazione con centri e associazioni antiviolenza. Le borse lavoro non nascono “tutte insieme”: si costruiscono un pezzo per volta, con una parte dei ricavi degli eventi, con contributi, donazioni, merchandising. L’idea è quella: fare cultura e musica, ma tenere sempre un obiettivo concreto, misurabile, che aiuti qualcuno a riprendersi la propria vita.
E la collana “Le Crisalidi” rientra in questa visione, anche simbolicamente.
Sì, perché la crisalide è il passaggio, la trasformazione, la fase più delicata prima di “volare”. La collana è pensata in vinile 7 pollici (45 giri), a tiratura limitata, numerata, spesso anche colorata, con un lavoro grafico curato e un formato particolare (anche gatefold). Dentro ci sono inediti: due tracce totali, una per lato, di due artiste diverse. È un modo per dare valore all’oggetto, ma anche per far scoprire musica che altrove magari resterebbe invisibile e, allo stesso tempo, sostenere il progetto.
C’è anche una scelta precisa sul digitale: perché evitare (almeno in parte) lo streaming?
Perché il digitale è un contenitore enorme, e dentro l’enorme rischi di sparire. È bellissimo “esserci”, ma spesso è mortificante: ci sono band che mettono musica online e poi restano con pochissimi ascolti, senza ritorno reale. Io preferisco cento persone che comprano un disco, rispetto a cento persone che ascoltano una volta un pezzo e poi fine, anche perché con lo streaming – se non fai numeri enormi – non guadagna praticamente nessuno: né chi produce, né chi pubblica, né l’artista. Il fisico invece, soprattutto ai concerti, è ancora una forma concreta di sostegno.
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- Tag: musica, sanremo2026
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