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Erika Rombaldoni: “Attraversare i generi non significa uscire da un’identità, ma ampliarla”

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Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Erika Rombaldoni sulla sua visione della danza e sull’esperienza a Monaco con l’omaggio a Joséphine Baker

Erika Rombaldoni

Erika Rombaldoni: “Attraversare i generi non significa uscire da un’identità, ma ampliarla”

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Erika Rombaldoni sulla sua visione della danza e sull’esperienza a Monaco con l’omaggio a Joséphine Baker

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Erika Rombaldoni: “Attraversare i generi non significa uscire da un’identità, ma ampliarla”

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Erika Rombaldoni sulla sua visione della danza e sull’esperienza a Monaco con l’omaggio a Joséphine Baker

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A due mesi dal debutto al Grimaldi Forum di Montecarlo, lo spettacolo “Bonsoir Monte-Carlo – Omaggio a Joséphine Baker” continua a essere ricordato come un trionfo di musica, danza e memoria storica. Firmato dall’Opéra de Monte-Carlo per celebrare il 50° anniversario della scomparsa della diva del jazz – e il centenario del suo debutto parigino – l’allestimento ha visto Erika Rombaldoni, coreografa italiana di fama internazionale, trasformare i corpi dei danzatori in narratori viventi della vita di Baker: icona di emancipazione, combattente nella Resistenza e amica della Principessa Grace.

Dopo il recente tour negli stadi di Cesare Cremonini e le coreografie per “Il Nome della Rosa” alla Scala di Milano, Rombaldoni ha portato il suo linguaggio ibrido (che fonde classica, contemporanea e teatro) sul palco monegasco, in collaborazione con il regista Davide Livermore. In questa intervista, la coreografa originaria di Cagli ripercorre il progetto, rivela cosa l’ha colpita di Baker e ci racconta la sua visione della danza

Come nasce il progetto e in che modo sei arrivata a firmare le coreografie di questo spettacolo dedicato a Joséphine Baker?

Il progetto nasce su impulso dell’Opéra di Monte-Carlo, che per la Festa Nazionale monegasca e per il cinquantenario della scomparsa di Joséphine Baker desiderava creare uno spettacolo che ne celebrasse la figura. La proposta è arrivata da Davide Livermore, con cui ho già lavorato all’apertura di Stagione della Scala di Milano, al Maggio Fiorentino, allo Sferisterio di Macerata e nel suo film The Opera! presentato alla Festa del Cinema di Roma. Quando mi ha chiamata, ho accettato con entusiasmo. Lavorare con Davide – e GiòForma alle scene e D-Wok ai video – è un piacere e ho subito percepito la forza e l’attualità di Baker: un personaggio che permette di intrecciare danza, teatro e narrazione in modo vivo. Da lì è nata la mia idea coreografica, pensata per restituire la complessità e l’energia di una donna non solo artista, ma anche simbolo di libertà e di coraggio.

Cosa ti ha più affascinata della personalità di Joséphine Baker: l’artista, la donna o la combattente?

Di Joséphine Baker mi affascina soprattutto la sua capacità di essere tutte e tre le cose insieme, senza mai separarle. L’artista straordinaria nasce dalla donna libera e curiosa, e la combattente prende forza proprio dalla sua identità scenica. Ciò che mi colpisce è la coerenza con cui ha trasformato la propria vita in un gesto politico e poetico allo stesso tempo: la leggerezza come forma di resistenza, il corpo come strumento di libertà, la scena come luogo in cui cambiare lo sguardo del pubblico.

Qual è stata l’atmosfera durante le prove a Monaco?

Le prove a Monaco sono state immerse in un clima di grande concentrazione ma anche di entusiasmo. L’Opéra di Monte-Carlo ha un’energia particolare: unisce la tradizione a un’apertura internazionale che stimola la creatività. I danzatori e l’intera squadra artistica hanno accolto il progetto con una disponibilità rara, partecipando con curiosità e creando un ambiente di lavoro fatto di ascolto e cura dei dettagli.

Dopo il tour negli stadi di Cesare Cremonini, ora Montecarlo, prima La Scala: come si passa dal pop alla classica e viceversa? Quando si pensa alla danza classica la si racconta quasi sempre come un mondo chiuso.

Per me il passaggio tra pop, classica e teatro musicale è naturale, perché ho sempre scelto un percorso trasversale: prima durante la formazione, poi come performer e oggi come coreografa. Questo mi permette di muovermi con libertà nei diversi linguaggi e di coglierne le esigenze senza sentirli in contrasto tra loro. Penso che l’idea della danza classica come mondo chiuso nasca quando la si osserva come qualcosa di immobile. In realtà, quando la tradizione incontra nuovi contesti e nuove visioni, mostra una vitalità straordinaria. Attraversare i generi non significa uscire da un’identità, ma ampliarla.

Hai una formazione che unisce discipline diverse: danza classica, contemporanea e barocca, ma anche studi universitari in lingue. Quanto è importante per te questo approccio “ibrido”?

Il mio percorso, che intreccia discipline e studi diversi, è diventato nel tempo una vera risorsa. La danza classica mi ha dato la struttura, il contemporaneo la libertà, mentre gli studi universitari in lingue — l’indirizzo storico-culturale — hanno ampliato la mia formazione umanistica e il modo in cui leggo i progetti e i contesti. Questa combinazione mi permette di creare coreografie che non nascono soltanto dalla tecnica, ma da un’idea, da un racconto, da una visione culturale.

C’è un progetto o una collaborazione che consideri una svolta nella tua carriera?

Ogni progetto a cui ho lavorato mi ha lasciato un insegnamento e arricchito professionalmente. Tra questi, il lavoro con Robert Carsen è stato fondamentale: ho avuto la fortuna di collaborare con lui in tutta Europa per molti anni, e osservare da vicino la sua capacità di unire rigore, eleganza e una visione teatrale precisa mi ha dato strumenti e consapevolezza che porto ancora oggi nel mio lavoro. La qualità del suo approccio, attenta a ogni dettaglio e al contempo aperta alla creatività, è stata per me un modello prezioso.

Quali sono i principi che guidano il tuo lavoro quando crei una coreografia?

Quando creo una coreografia, mi lascio guidare principalmente da tre principi: l’idea, la narrazione e la coerenza artistica. Ogni gesto deve avere uno scopo e contribuire alla storia che voglio raccontare, senza mai essere fine a se stesso. Cerco di fare in modo che la coreografia non sia solo un insieme di passi, ma un’esperienza viva e coerente per chi la osserva.

C’è un elemento costante che ritorna nei tuoi lavori, indipendentemente dal genere o dal contesto?

Un elemento che ritorna sempre nei miei lavori è l’importanza di trovare e dare un significato a ogni gesto: ogni movimento deve comunicare qualcosa e contribuire a costruire un senso complessivo. Amo lavorare sulle sfumature, sui dettagli che danno vita a un’atmosfera precisa. In ogni progetto cerco di creare un linguaggio riconoscibile, ma capace di adattarsi e dialogare con generi e contesti diversi.

Com’è stato curare le coreografie la delegazione italiana all’Eurovision Junior che si è tenuto in Georgia a dicembre?

L’Eurovision Junior è una manifestazione che considero preziosa perché permette ai giovani artisti di esprimersi su un palcoscenico internazionale, confrontarsi con talenti di altri paesi e vivere un’esperienza di crescita unica, sia dal punto di vista artistico che umano. Ha per tutti noi il valore di promuovere la creatività giovanile, il lavoro di squadra e la capacità di raccontare storie attraverso la musica e il movimento.

Hai qualche consiglio per i più giovani che sognano una carriera come la tua?

Il consiglio principale che darei ai giovani è di coltivare curiosità e disciplina allo stesso tempo. Studiate, sperimentate, apritevi a esperienze diverse e non abbiate paura di mettervi in gioco. La carriera artistica richiede costanza e passione, ma anche capacità di ascoltare e imparare dagli altri, dalle collaborazioni e dai contesti in cui vi trovate. Infine, cercate sempre di trovare un vostro linguaggio, un modo unico di raccontare attraverso il movimento ciò che sentite e ciò che volete condividere.

di Federico Arduini

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