Gains bourg sbeffeggiò la Marsigliese
Serge Gainsbourg, colui che importò il reggae in Europa, realizzò straordinari concept album che non avevano paura di parlare di sesso, morte e anche pedofilia.

Gains bourg sbeffeggiò la Marsigliese
Serge Gainsbourg, colui che importò il reggae in Europa, realizzò straordinari concept album che non avevano paura di parlare di sesso, morte e anche pedofilia.
Gains bourg sbeffeggiò la Marsigliese
Serge Gainsbourg, colui che importò il reggae in Europa, realizzò straordinari concept album che non avevano paura di parlare di sesso, morte e anche pedofilia.
Figlio di ebrei ucraini in fuga a Parigi dalle leggi razziali e con appiccicato addosso il ricordo della stella gialla appuntata nel grembiule di scuola. L’arte come fulgido approdo per sentirsi libero, il gusto della provocazione come nutrimento vitale per stare al mondo.
Lui è Serge Gainsbourg, il brutto anatroccolo della chanson moderne, l’autore che si relazionò sentimentalmente con le più belle donne del pianeta, mischiò litrate di alcool con etti di Gitanes, importò il reggae in Europa, realizzò straordinari concept album che non avevano paura di parlare di sesso, morte… persino di pedofilia. Scriveva di notte, riverso su un tavolo da biliardo, bicchiere e accendino sempre vicini.
Perimetrava con cura i testi dopo averli vomitati su carta in pochi minuti, scartava le eccedenze e ciò che rimaneva era tritolo puro: roba che faceva saltare i nervi, spiazzava, non lasciava indifferenti. Il mondo intero lo ricorda soprattutto per il brano “Je t’aime… moi non plus”, dialogo tra uomo e donna infarcito di sospiri e gemiti e dal fraseggiare di poche, melodiche note suonate da un eccitante organo (musicale): successo plurimilionario, l’anno era il 1969. Sarebbe, però, un erroraccio imperdonabile sottovalutare una produzione musicale vasta e di livello.
Due album su tutti: “Histoire de Melody Nelson” (1971) e “L’Homme a tete de chou” (1976), roventi riff di chitarra rock, basso e tastiere che traghettano la calda voce narrante di Serge al massimo della sua espressività. Tiene a freno i demoni del nazismo che gli pungolano ancora l’animo attraverso l’ironia e la presa in giro dell’album “Rock Around the Bunker” (1975) e la parodia rock’nroll è il genere giusto per seppellirli momentaneamente con un ghigno beffardo. Con i suoi connazionali ha un conto aperto.
Quei rivoluzionari, figli e nipoti della rivoluzione, lo hanno spesso deluso, snobbato, anche deriso. Bisogna reagire. La Marsigliese è un inno con un ‘noi politico’ marziale e vigoroso. Il solo intonarlo ti trasforma in patriota in pochi secondi. Serge sa che, se si vuole disturbare la Francia, quell’inno è un nervo scoperto da infettare. E così fa. Sceglie il reggae, musica esotica, controcorrente; sceglie dei musicisti di colore, è il primo occidentale a registrare un pezzo di quel genere (peraltro a Kingston); sceglie soprattutto di annichilire quell’esubero di orgoglio contenuto nella canzone.
Gainsbourg è un chirurgo del verbo, mago del calembour e dal lessico radicale. Stavolta il colpo di genio sta nell’esplorare la profondità dell’animo francese che è orgoglioso, nazionalista, tenace ma a volte pieno di troppi orpelli. Non bisogna, quindi, aggiungere parole alla canzone ma, al contrario, levarle. Gainsbourg toglie tutti gli aggettivi patriottici inclusi nel ritornello dell’inno e li sostituisce con una sola parola: et caetera. E così la canta. L’effetto è sconvolgente.
È una spallata poderosa, uno sbeffeggiamento drastico di quel vigor patriottico, la sottolineatura che troppe parole retoriche non fanno una nazione. Il brano ha un successo incredibile: disco d’oro. Per la Francia è un’imperdonabile pugnalata ma stavolta il popolo francese – che è sì orgoglioso ma sa riconoscere i talenti, coccola l’arte, difende i poeti – incorona il buon Serge come straordinario e folle cantore dell’oscurità e dell’amore carnale. Allons Enfans!!!
di McGraffio
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Tag: musica
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