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Gianluca Guidi: “Ormai siamo il Terzo mondo del teatro europeo”

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“È il principio di fondo che è sbagliato: il teatro andrebbe trattato come se fosse un’azienda”. Parla Gianluca Guidi
Gianluca Guidi

Gianluca Guidi: “Ormai siamo il Terzo mondo del teatro europeo”

“È il principio di fondo che è sbagliato: il teatro andrebbe trattato come se fosse un’azienda”. Parla Gianluca Guidi
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Gianluca Guidi: “Ormai siamo il Terzo mondo del teatro europeo”

“È il principio di fondo che è sbagliato: il teatro andrebbe trattato come se fosse un’azienda”. Parla Gianluca Guidi
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Essere “figli di” è sempre un’arma a doppio taglio, un privilegio e una condanna. Gianluca Guidi lo sa bene. Quando ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo il paragone con un papà come Johnny Dorelli è stato inevitabile. Una carriera cominciata nel 1989 da cantante sul palcoscenico di Sanremo, dove l’anno dopo si piazzò al terzo posto tra le novità; non senza qualche cattivo pensiero dato che quell’edizione venne condotta proprio dal padre.

All’epoca era un ragazzo, oggi invece Gianluca ha 56 anni. Come molti figli d’arte, la credibilità se l’è dovuta conquistare pezzettino dopo pezzettino (riuscitissima è stata per esempio la sua interpretazione di padre Amatucci in “The Young Pope” di Paolo Sorrentino). Lo incontriamo in occasione della presentazione della commedia “Il padre della sposa”, di cui è regista e che andrà in scena nei principali teatri italiani. «Dopo il lockdown abbiamo notato una gran voglia da parte del pubblico di tornare a teatro ma ancora non basta» sottolinea l’attore e regista. «Di recente, nel silenzio più totale, ha chiuso i battenti il Teatro Nuovo di piazza San Babila a Milano, un luogo simbolo dove si sono esibiti i più grandi attori (Totò, Tognazzi, Mastroianni, Gassman, la Magnani, ma anche artisti internazionali come Liza Minnelli o Jerry Lewis, ndr.). È una vergogna, un fatto che mi fa terribilmente arrabbiare».

Al suo posto nascerà l’ennesimo ristorante: «Una bisteccheria, in un teatro che aveva 85 anni di tradizione» osserva sconsolato. «Ormai siamo il Terzo mondo del teatro europeo. Di cosa dobbiamo lamentarci più? A New York invece ha appena aperto un altro teatro, lì una produzione come quella che stiamo mettendo oggi in scena non costerebbe meno di un milione e mezzo di dollari. È il principio di fondo che è sbagliato: il teatro andrebbe trattato come se fosse un’azienda, con una gestione finanziaria ragionata. Servirebbe sapere quando si arriva al break even».

Il problema è che il teatro a cui fa riferimento Guidi forse non esiste più. Sono cambiati gli interpreti così come il pubblico. Nelle sue parole si avverte una vena nostalgica e questa non sorprende se solo si pensa che – cresciuto a pane e copioni – ha avuto la fortuna di lavorare con mostri sacri del palcoscenico come Nino Manfredi e Gigi Proietti. Guidi si rammarica anche di come nel tempo sia cambiata la considerazione nei confronti degli artisti: «Una volta venivano a intervistarti in hotel, oggi ti inviano le domande per iscritto e pretendono che tu gli risponda con un vocale via WhatsApp. Questa è la considerazione per il teatro italiano».

Nostalgia e polemiche lasciano però subito lo spazio alle risate. Gli è sufficiente ricordare quella volta in cui un fan gli chiese per strada l’autografo come Gianmarco Tognazzi. Lui stette al gioco. In fondo tra “figli di” ci si capisce.

di Ilaria Cuzzolin

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