Gino Paoli, i suoi errori ma non tutti
Gino Paoli a ruota libera: “Cosa farò da grande” (Bompiani), un periscopio nella vita del cantautore di Monfalcone, scritto a quattro mani con il giornalista Daniele Bresciani
Gino Paoli, i suoi errori ma non tutti
Gino Paoli a ruota libera: “Cosa farò da grande” (Bompiani), un periscopio nella vita del cantautore di Monfalcone, scritto a quattro mani con il giornalista Daniele Bresciani
Gino Paoli, i suoi errori ma non tutti
Gino Paoli a ruota libera: “Cosa farò da grande” (Bompiani), un periscopio nella vita del cantautore di Monfalcone, scritto a quattro mani con il giornalista Daniele Bresciani
AUTORE: Alberto Fraccacreta
Gino Paoli a ruota libera: questo è “Cosa farò da grande” (Bompiani), un periscopio nella vita del cantautore di Monfalcone, scritto a quattro mani con il giornalista Daniele Bresciani. L’esordio per l’etichetta Ricordi nel 1959, la pallottola (ora arrugginita) ferma nel pericardio sin dalla fatidica notte del 1963, gli amori, i figli, la moglie Paola, le oltre duecento canzoni scritte, il difficile rapporto con il denaro, le auto di lusso, la sua esperienza di deputato del Partito comunista.
«Il libro che avete fra le mani – osserva Paoli con un alto senso di resipiscenza e un pizzico di ironico outsiderism – non vuole essere il racconto dei miei successi, ma più che altro di tutti i miei errori». Non è un caso che ad aprire il testo sia una bella e provocatoria citazione da “Tropico del Cancro” di Henry Miller: «Questo non è un libro… No, questo è un insulto prolungato, uno scaracchio in faccia all’arte, un calcio alla divinità, all’uomo, al destino, al tempo, all’amore, alla bellezza… a quel che vi pare. Canterò per voi, forse stonando un po’, ma canterò… Per cantare bisogna prima aprire la bocca. Ci vogliono un paio di polmoni, e qualche nozione di musica. Non occorre avere fisarmonica, o chitarra. Quel che conta è voler cantare. E dunque questo è canto. Io canto».
Il canto di Gino Paoli è sì quello tenero del “Cielo in una stanza” o della “Gatta”, ma anche quello più ruvido della notte buia dell’anima, di rapporti radicati e di compagni di viaggio ormai lontani, della grande scuola musicale genovese («Reverberi, Tenco, Lauzi, De André e tutti gli altri: noi, prima di fare i cantanti, eravamo semplicemente amici, sempre insieme, spesso al baretto della Foce. Era una normale amicizia che è rimasta tale anche quando siamo saliti alla ribalta. Abbiamo continuato a sfotterci anche quando gli altri ci consideravano dei divi»).
Non mancano i barbagli di una fede tortuosa e insperata, raccolta montalianamente nelle cavità del mare ligure: «Soprattutto so che quando la luce intorno comincia a scomparire, bisogna saper bene dove andare. O affidarsi all’istinto. Per questo ogni anno vado a trovare, laggiù in fondo, il Cristo degli Abissi: sta nel silenzio primordiale delle profondità marine, nella baia di San Fruttuoso di Camogli. Scendo da solo, mi lascio avvolgere dall’oscurità e arrivo di fronte a lui, che aspetta con le braccia spalancate, perché sa che prima o poi arriviamo tutti, naufraghi per colpa della vita o degli uomini. Quando me lo trovo davanti, mentre flotto nelle acque come un vecchio bambino nel ventre del mondo, ci parlo, gli chiedo il perché di tutte le ingiustizie che vedo, e non smetto di interpellarlo anche quando risalgo lentamente, compensando: tornare alla luce dal buio richiede pazienza, non bisogna aver fretta». Alla fine di questa «passeggiata sul tetto dei ricordi» Paoli vorrebbe stringere ancora la mano al Cristo degli Abissi. Finché quella stretta non dirà di un’«ultima chiamata», del sospirato «faccia a faccia». Ci saranno tanti interrogativi da entrambe le parti, ma anche schietti responsi. «In ogni caso risponderò anche alle sue domande più scomode, senza ipocrisia, come ho sempre fatto in tutta la mia vita. E per uno che è sempre vissuto nel dubbio, questa è una certezza».
di Alberto Fraccacreta
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