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title: Esce “Iddu – L’ultimo padrino” di Grassadonia e Piazza
description: “Iddu – L’ultimo padrino”, di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, pellicola ispirata al periodo di latitanza del boss Matteo Messina Denaro
featured_image: https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/10/Evidenza-sito-17.jpg
date: 2024-10-12
author: Edoardo Iacolucci
url: https://laragione.eu/life/spettacoli/iddu-lultimo-padrino-al-cinema/
categories: [Spettacoli]
tags: [Cinema]
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# Esce “Iddu – L’ultimo padrino” di Grassadonia e Piazza

![Esce “Iddu – L’ultimo padrino” di Grassadonia e Piazza](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/10/Evidenza-sito-17.jpg)

Al cinema “Iddu – L’ultimo padrino”, diretto da Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, pellicola ispirata al periodo di latitanza del *boss* Matteo Messina Denaro

Una storia di pizzini fra grottesche maschere tragicomiche. Esce al cinema **“Iddu – L’ultimo padrino”, diretto da Fabio Grassadonia e Antonio Piazza**, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. La pellicola si ispira liberamente al **periodo di latitanza del *boss* Matteo Messina Denaro**, in particolare durante il suo scambio epistolare con l’ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino, sul quale i registi si sono documentati a lungo. L’opera non vuole essere biografica ma un **riadattamento incentrato sui rapporti fra potere, menzogna e verità**.

**Sicilia, primi anni Duemila**. Dopo anni in prigione per mafia, il politico di lungo corso **Catello (interpretato da Toni Servillo) ha perso tutto**. Ma quando i servizi segreti italiani lo contattano per aiutarli a catturare Matteo (impersonato da Elio Germano) – suo figlioccio e ultimo grande latitante di mafia – vede l’occasione per riscattarsi. Scaltro e approfittatore, Catello tenta un rischioso scambio epistolare con Matteo, sfruttando il vuoto emotivo del latitante per indurlo a rivelare il proprio nascondiglio. **Un vero azzardo con uno dei criminali più ricercati al mondo**.

**La regia di Grassadonia e Piazza si muove chiaramente nel solco del primo Paolo Sorrentino**, con influenze del cinema di Franco Maresco e la sua ironica e carnevalesca visione della Sicilia. Pur partendo da queste intriganti premesse, il lungometraggio soffre di una serie di scelte stilistiche e tematiche. Quindi, se da un lato l’atmosfera e la rappresentazione grottesca del potere vengono narrate in modo fine, **dall’altro si perde in un’estetica che ricorda i prodotti seriali tipici di Netflix**. Dall’impostazione visiva, con un senso d’oscurità patinata, passando per l’illuminazione notturna immersa in luci densamente colorate, fino ai trucchi e agli abiti marcati e perfetti.

**Come l’estetica, anche la trama fatica a trovare il suo equilibrio**. Alcuni temi – fra cui oppressione, solitudine, rapporto padre-figlio – non sono indagati fino in fondo, così come quello di Matteo Messina Denaro con le donne, quando invece la biografia del *boss* avrebbe permesso di esplorare in modo originale questi aspetti. La storia principale ruota attorno a un maldestro tentativo di cattura e manca di una vera e propria direzione ideale. **Elio Germano mette il suo talento a disposizione del personaggio ma il film non gli permette di renderlo tridimensionale e complesso. Toni Servillo recita magneticamente nel personaggio caricato e già iconico di Catello**. Ma il tentativo di evidenziare il grottesco, così da rendere il tragico insopportabile, s’incastra in un intreccio che si blocca in questo traffico di maschere. E infine la storia si riduce a una guerra fra guardie e ladri che diventa più un pretesto per uno *show*, senza arrivare a una vera catarsi emotiva e narrativa. A emergere è il vecchio racconto gattopardiano che «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

Nonostante l’ambizione di raccontare un pezzo di storia italiana di corruzione e disgregazione morale, **il lungometraggio non riesce pertanto a liberarsi del genere *dramedy* (la commedia drammatica) nella sua descrizione del potere**. E pensare che è proprio il personaggio di Catello a dire la battuta chiave del film: «È il ridicolo a uccidere molto più che le pallottole».

*di Edoardo Iacolucci*
