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Idee per il cinema italiano

Da anni ci si lamenta della crisi del cinema italiano ma il problema va analizzato rifuggendo dai luoghi comuni.
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Idee per il cinema italiano

Da anni ci si lamenta della crisi del cinema italiano ma il problema va analizzato rifuggendo dai luoghi comuni.
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Idee per il cinema italiano

Da anni ci si lamenta della crisi del cinema italiano ma il problema va analizzato rifuggendo dai luoghi comuni.
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Da anni ci si lamenta della crisi del cinema italiano ma il problema va analizzato rifuggendo dai luoghi comuni.

Da anni si corre periodicamente al capezzale del cinema italiano, lamentandone la perdurante crisi, la fuga dalle sale resa drammatica dall’impatto devastante della pandemia, la progressiva difficoltà a reggere la concorrenza straniera, l’eutanasia di sempre più sale soprattutto nei piccoli centri. Tutto vero, per carità, ma questa crisi va analizzata rifuggendo dai luoghi comuni e dalle letture facili-facili sulla prepotenza delle piattaforme di streaming, sull’invadenza delle multinazionali nel circuito degli esercenti e compagnia filmante.

Il neo ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, ha lanciato l’idea di uno sconto di 3-4 euro sul biglietto d’ingresso al cinema, da praticare attraverso lo Spid che permetterebbe a sua volta di accedere a un Qr code per attivare la riduzione del prezzo. Idea non nuovissima, questa volta in salsa digital-tecnologica, che rimanda a iniziative come i mercoledì a prezzo ridotto e così via.

Qualsiasi novità che sostenga un mondo che all’Italia ha dato tantissimo e a cui il Paese deve una parte non trascurabile della sua fama è benaccetta di suo. Però, come scritto, sarebbe bene affrontare il tema senza paraocchi ideologici. Il cinema italiano soffre di un problema di qualità, con crescenti difficoltà nel tener botta alla concorrenza straniera. Proviamo a comprendere una delle cause, dando un po’ di numeri: nel 2021 sono stati prodotti 313 film italiani, un’assoluta enormità del tutto ingiustificata dal mercato e dalla possibilità di assorbimento del circuito di distribuzione. Non lo diciamo noi ma è la sconfortante realtà della gran parte di questi 313 titoli, che non ha neppure sfiorato la possibilità di essere distribuita nelle sale o attraverso le stesse piattaforme di streaming.

Chi non conosca dall’interno il mondo del cinema si potrà legittimamente chiedere come sia possibile qualcosa del genere. La risposta è semplice e tutt’altro che misteriosa: credito d’imposta. Le notevoli agevolazioni fiscali – varate una prima volta nel lontano 2007, poi con la legge n. 220 del 2016 e ulteriormente rafforzate nel “decreto Aiuti” dei mesi scorsi – hanno lo scopo di sostenere il comparto domestico con un tax credit pari sino al 40% delle spese sostenute per la produzione di un film. Il sostegno fiscale ha generato un effetto paradossale e negativo, con il proliferare di produzioni di bassa qualità, messe in cantiere sostanzialmente per poter accedere alle agevolazioni. Poi si vedrà. Il problema è che spesso nessuno vede un bel niente, nel senso che il film non approda in alcun circuito e resta ‘invisibile’ al pubblico. Visibilissimo, però, nei conti di produttori disinteressati a quelli che dovrebbero essere i loro scopi, vale a dire qualità e profitto. Il nocciolo della critica del direttore della Mostra del cinema di Venezia Alberto Barbera, che tante polemiche suscitò la scorsa estate.

Gianni Canova, critico di fama internazionale e rettore dell’Università Iulm, ha un tono fra lo sconsolato e il rassegnato nel commentare questo panorama: «Anche uno studente del primo anno della nostra università saprebbe individuare in un attimo la gravissima pecca di un sistema del genere: il venir meno della più antica legge della domanda e dell’offerta» dice a “La Ragione”. «Al calare della prima, l’offerta dovrebbe diminuire. E invece noi cosa facciamo? L’aumentiamo a dismisura, con devastanti effetti sulla qualità del prodotto cinematografico. È un approccio squisitamente ideologico al problema, per cui si sceglie di aiutare per aiutare, senza chieder conto dei risultati ottenuti grazie ai denari pubblici. Il problema, come ho sottolineato innumerevoli volte, è proprio quello del credito d’imposta».

All’evidenza, l’incentivo ipotizzato dal nuovo ministro della Cultura è in questo caso un aiuto specifico agli esercenti. Ancora una volta intenzione lodevole e comprensibile, ma – parliamoci chiaro – non crediamo proprio che la gente sarà spinta a tornare nelle sale da uno sconto di 3 euro per vedere un brutto film.

Di Fulvio Giuliani

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