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Il Folk come radice. Parla il cantautore Davide Van De Sfroos

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Davide Van De Sfroos, in questi giorni è in giro per l’Italia con il suo “Davide Van De Sfroos & Folkestra 2026”, il nuovo tour nei teatri basato su un’idea semplice e in fondo radicale: evitare la trappola della ripetitività senza snaturare nulla

Sfroos

Il Folk come radice. Parla il cantautore Davide Van De Sfroos

Davide Van De Sfroos, in questi giorni è in giro per l’Italia con il suo “Davide Van De Sfroos & Folkestra 2026”, il nuovo tour nei teatri basato su un’idea semplice e in fondo radicale: evitare la trappola della ripetitività senza snaturare nulla

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Il Folk come radice. Parla il cantautore Davide Van De Sfroos

Davide Van De Sfroos, in questi giorni è in giro per l’Italia con il suo “Davide Van De Sfroos & Folkestra 2026”, il nuovo tour nei teatri basato su un’idea semplice e in fondo radicale: evitare la trappola della ripetitività senza snaturare nulla

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Per un artista ogni nuovo tour è un’occasione per ritrovare il proprio pubblico e dare nuovamente vita a quel miracolo di incastri che è la musica dal vivo. Tra gli aspetti più intriganti del passare da un palco all’altro c’è senza dubbio il cambiamento, la voglia di sperimentare soluzioni diverse. Lo sa bene Davide Van De Sfroos, che in questi giorni è in giro per l’Italia con il suo “Davide Van De Sfroos & Folkestra 2026”, il nuovo tour nei teatri basato su un’idea semplice e in fondo radicale: evitare la trappola della ripetitività senza snaturare nulla.

Una pagina diversa rispetto all’esperienza dell’estate scorsa, come ha raccontato a “La Ragione”: «È davvero tutta un’altra cosa, anche se rimane gran parte della band e soprattutto rimangono le canzoni. La differenza è nella ‘vestizione’: una canzone la puoi trattare come un individuo, un manichino, qualcosa che puoi vestire e svestire. Puoi farla estiva, con maglietta e calzoncini, molto acustica; oppure darle un taglio più strutturato, come un cappotto, una camicia e una cravatta. E allora perché non far provare a questi brani un abbigliamento diverso?».

La differenza passa quindi dall’ampliamento dei colori sulla tavolozza: «La band rimane, almeno nel suo nucleo centrale, ma in più arrivano anche violini, violoncelli, viole, un trombone a tiro». Un’operazione che, più che aggiungere volume, aggiunge prospettive: «Ti porta in mondi che non sono estranei, ma più completi. Ti permette anche di riprendere certe cose del passato, quando i brani vennero registrati. Di solito dal vivo semplifichi, perché non puoi portare in tour tutti i musicisti che hanno registrato con te un disco. In questo caso invece sul palco siamo in 13: possiamo aprire davvero la ruota del pavone. I brani più veloci verranno anche ‘pompati’ dal nuovo impasto, come dentro una taverna piena di gente che suona strumenti; quelli più intimi avranno la stessa forza che hanno le colonne sonore».

Nelle prove lo stupore è stato continuo, perché Van De Sfroos ha scelto di lasciare sul palco la libertà di seguire il momento, di ‘respirare’ ciò che si sta suonando, trattando quei brani come materia viva, non come reliquie: «C’è una frase, attribuita a Robert Fripp dei King Crimson, secondo cui lo stesso brano – suonato nel soundcheck e durante il concerto – cambia profondamente: nell’acustica, per la presenza del pubblico, nell’intenzione, nella foga. L’unico elemento che resta uguale è il luogo in cui viene eseguito. E, aggiungo io, ringrazio Dio che sia così».

Poi c’è l’importanza dei musicisti sul palco: «So che possono giocare non solo in difesa, ma anche in attacco. Voglio che facciano gol, che vadano addosso all’ascoltatore e gonfino la rete. Pretendo che mi rubino la scena, perché devono essere apprezzati per quello che sanno fare. Altrimenti a cosa mi serve un musicista valido?». Così pezzi-simbolo del repertorio di Van De Sfroos riemergono con un ‘turbo’ strano, poetico: un gonfiore antico, quello di quando non c’erano amplificatori e impianti rock, ma soltanto la forza acustica degli strumenti.

La bellezza del folk – e del suo folk – capace ancora e sempre d’incantare generazioni diverse: «Un signore del Nord-Est mi disse che ero “l’unico artista che posso andare a vedere con mia figlia e che mette d’accordo entrambi”. Vuol dire che in quel caso il folk aveva fatto il suo gioco. Quello che può accomunare due generazioni diverse è qualcosa che appartiene, perché è fuori dal tempo. Il folk è una radice, in tutto il mondo ognuno ha il suo: che tu sia maori o inuit, avrai sempre una tua musica tradizionale. È un ritorno al baricentro naturale. Anche quando non è radiofonico o non fa vendere dischi, il folk resta presente sottotraccia. Qualunque musica arriva da lì, prima o poi».

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