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Il jazz segreto di Flea viene alla luce: “Honora” il primo disco da solista

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Flea in compone, arrangia, suona tromba e basso, circondato da una piccola confraternita di jazzisti visionari. “Honora” esce il 27 marzo

Flea

Il jazz segreto di Flea viene alla luce: “Honora” il primo disco da solista

Flea in compone, arrangia, suona tromba e basso, circondato da una piccola confraternita di jazzisti visionari. “Honora” esce il 27 marzo

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Il jazz segreto di Flea viene alla luce: “Honora” il primo disco da solista

Flea in compone, arrangia, suona tromba e basso, circondato da una piccola confraternita di jazzisti visionari. “Honora” esce il 27 marzo

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Dopo quasi cinquant’anni passati a ridefinire il ruolo del basso nel rock, Flea arriva a un punto della sua traiettoria in cui il cerchio si chiude e, allo stesso tempo, si riapre. Il 27 marzo 2026 pubblicherà “Honora”, il suo primo album solista, per Nonesuch Records: un lavoro che lo riporta ai primi amori, il jazz e la tromba, ben prima che i Red Hot Chili Peppers lo trasformassero in un’icona globale. Non è il capriccio tardivo di una rockstar annoiata, ma il compimento di un’ossessione coltivata in segreto per decenni, tra ricordi di bebop in salotto e il sogno mai sopito di seguire le orme di Dizzy Gillespie, Miles Davis e Clifford Brown.

Honora è un disco di ritorni e di debutti insieme. Flea compone, arrangia, suona tromba e basso, circondato da una piccola confraternita di jazzisti visionari: il produttore e sassofonista Josh Johnson, il chitarrista Jeff Parker, la bassista Anna Butterss e il batterista Deantoni Parks, a cui si aggiungono, come ospiti, Mauro Refosco e Nate Walcott. È una band costruita non per accompagnare una celebrità, ma per metterla alla prova, e non a caso Flea confessa di aver avuto paura: timoroso di essere considerato “un ciarlatano, un rocker fasullo, un fan”, più che un pari. La risposta del gruppo, però, è l’opposto del sospetto: sostegno, generosità, una chimica in studio così intensa da fargli dire che suonare con loro era come essere in trip, “fluttuare” nello studio, in uno stato di euforia quasi psicotropa.

Dentro Honora convivono sei brani originali – uno firmato a sei mani da Flea, Johnson e Yorke – e riletture di George Clinton ed Eddie Hazel, Jimmy Webb, Frank Ocean, Shea Taylor e Ann Ronell. È una mappa che tiene insieme diversi generi, come se Flea volesse mostrare il filo invisibile che collega la sua storia con quella dei suoni che lo hanno formato. A dare voce a questo mondo non c’è solo lui, ma anche due presenze amiche e complementari: Thom Yorke e Nick Cave, chiamati non in quanto nomi altisonanti, ma come complici di lunga data, persone con cui ha condiviso visioni, rischi e deviazioni.

La genesi dell’album, però, sta tutta in una decisione presa quasi contro il tempo. Avvicinandosi ai sessant’anni, Flea capisce che se non riprende in mano la tromba subito, non lo farà mai più. Così si impone due anni di studio quotidiano, nel pieno di un tour negli stadi con i Chili Peppers, con una moglie e un neonato a casa. Si dà una sola regola: alla fine di quel periodo, registrare un album, a prescindere dal livello raggiunto. Non ci resta che aspettare.

A maggio Flea porterà Honora in tour internazionale, scegliendo volutamente club e locali intimi, lontanissimi dalla scala monumentale dei concerti con i Red Hot Chili Peppers. È il contesto naturale per questa nuova incarnazione: l’uomo che, dopo aver fatto ballare il mondo, torna a inseguire il primo stupore provato da bambino davanti a un gruppo di amici che suonano bebop in salotto.

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