“Il suono di una caduta”, il film di Mascha Schilinski
“Il suono di una caduta”, il film della regista tedesca Mascha Schilinski, è stato premiato a Cannes ed è il candidato tedesco agli Oscar 2026
“Il suono di una caduta”, il film di Mascha Schilinski
“Il suono di una caduta”, il film della regista tedesca Mascha Schilinski, è stato premiato a Cannes ed è il candidato tedesco agli Oscar 2026
“Il suono di una caduta”, il film di Mascha Schilinski
“Il suono di una caduta”, il film della regista tedesca Mascha Schilinski, è stato premiato a Cannes ed è il candidato tedesco agli Oscar 2026
Il suono di una caduta può essere uno scherzo, un gioco infantile o il presagio di un’antica paura. È proprio in questo slittamento continuo tra leggerezza e tragedia che si annida la forza del nuovo film della regista tedesca Mascha Schilinski.
Il passato non svanisce. Continua a riecheggiare nelle mura domestiche. Alcune case sembrano infatti custodire il tempo come una ferita sotto l’intonaco.
“Il suono di una caduta”, premiato a Cannes e candidato tedesco agli Oscar 2026, parte da questa idea. È il racconto di un secolo che respira dentro una fattoria dell’Altmark, nel nord della Germania, e di quattro ragazze separate dagli anni che finiscono per specchiarsi l’una nell’altra. La regista compone un affresco ipnotico e visionario ma soprattutto mette in scena un’opera come fosse un pensiero che soffre di continui stop e sbalzi nel tempo.
Quattro ragazze, in epoche diverse, crescono nella stessa fattoria dell’Altmark, nel nord della Germania. Alma agli inizi del Novecento; Erika negli anni Quaranta; Angelika nella Ddr degli anni Ottanta e poi Lenka, ai giorni d’oggi. Le loro vite non si incontrano mai, eppure si specchiano. La stanza inizialmente vuota si riempie: una palla entra dalla finestra, qualcuno la rincorre, un gesto si ripete, poi un altro ancora. Le azioni si sovrappongono, i percorsi temporali si intrecciano nello stesso spazio. I volti si susseguono, interpretati da un questo cast corale (tra cui Hanna Heckt, Lea Drinda, Lena Urzendowsky e Laeni Geiseler) in cui ogni personaggio porta sulla pelle piccoli e silenziosi tremori più che grandi tragedie dichiarate.
Quattro traiettorie si sfiorano senza toccarsi, accomunate da piccoli e silenziosi tremori più che da grandi eventi storici. La vera protagonista però è la casa. È lei a contenere tutto: ferrature di cavalli, cucchiai lasciati sul tavolo, bocche legate per non far entrare le mosche. È lei a suggerire un eterno ritorno di rievocazione nietzschiana, dove ogni gesto sembra ripetersi con minime variazioni. Solamente una mosca fa da connettore temporale: ronza tra le epoche come fosse sempre la stessa, capace di viaggiare nel tempo più di qualsiasi macchina fantastica.
Schilinski lavora per stratificazioni visive. La grana della pellicola ha la dolcezza distante di una vecchia fotografia e come nei dipinti e nelle foto ritoccate dell’artista tedesco Gerhard Richter, dove il passato è sempre sul punto di dissolversi e il presente non è mai chiaro. La macchina da presa, spesso in steadycam (camera direttamente indossata dall’operatore) a volte stenopeica (antica tecnica, con la camera con un piccolo foro senza lente) che produce immagini morbide e sfumate, non è mera tecnica ma diventa un occhio poetico. La pellicola rischia a tratti di risultare confusionaria e di scivolare nel retorico, ma ne fugge un attimo prima di cascarci dentro.
Molte sono le rievocazioni cinematografiche – persino di “C’era una volta in America” -, ma il riferimento più sorprendente è forse “Tango” meraviglioso cortometraggio (qualcuno lo ha caricato anche su YouTube) del 1981 di Zbigniew Rybczyński: una stanza vuota che si popola di azioni ripetute e sovrapposte nel tempo. Anche qui lo spazio resta immobile mentre le epoche si accumulano, creando un montaggio interno intrecciato. Ogni dettaglio ha la sua funzione e ogni oggetto è collocato con cura e quindi con amore. Anche con questa densità tematica, il racconto mantiene la grazia nel registrare l’ordinario. Schilinski filma la vita quando va bene e quando tutto sembra crollare.
Quel che resta non sono le parole ma le sensazioni. Entrare in quella casa è come farlo in una stanza della memoria. Bisogna riconoscere nei suoi echi qualcosa di personale. Ascoltarli senza distogliere lo sguardo è il primo passo per trasformare il ricordo in coscienza.
di Edoardo Iacolucci
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