L’ironia come sentimento del contrario nei testi di Vasco Rossi
Nella sua vasta produzione Vasco Rossi ha spesso fatto ricorso all’ironia come squarcio nella tela della realtà, finestra su verità ancora sconosciute o ignorate perché dolorose

L’ironia come sentimento del contrario nei testi di Vasco Rossi
Nella sua vasta produzione Vasco Rossi ha spesso fatto ricorso all’ironia come squarcio nella tela della realtà, finestra su verità ancora sconosciute o ignorate perché dolorose
L’ironia come sentimento del contrario nei testi di Vasco Rossi
Nella sua vasta produzione Vasco Rossi ha spesso fatto ricorso all’ironia come squarcio nella tela della realtà, finestra su verità ancora sconosciute o ignorate perché dolorose
La parola “ironia” deriva dal greco eirōneía, che significa dissimulazione. Celebre è quella del metodo socratico: partendo dalla falsa ignoranza riguardo a un determinato argomento, il filosofo costringeva l’interlocutore a provare nel dettaglio le proprie opinioni, fino a metterle in discussione e dimostrarne il pregiudizio e l’infondatezza. L’ironia è infatti una figura di pensiero che consiste nel dire l’opposto di ciò che si pensa realmente (de rigueur è il verso dantesco «Vieni a veder la gente quanto s’ama!» in Purg. VI, 115).
Citando una nota formula di Pirandello utilizzata nel saggio “L’umorismo” (1908), l’ironia coincide anche con una sorta di “sentimento del contrario”. Ossia: è un’arma a doppio taglio. Suscita il riso, ma il suo obiettivo è di far riflettere, di svelare un punto di vista non considerato che può essere doloroso. Molte canzoni di Vasco Rossi non soltanto ricorrono ampiamente all’ironia, ma la propongono come train de vie. L’album “Bollicine” (1983) – che “Rolling Stone Italia” ha addirittura collocato in prima posizione nella classifica dei 100 migliori dischi italiani – è interamente impostato su un dispositivo di humor, talora scomodo e tracimante di critica sociale: «Bevi la coca cola che ti fa digerire» (nella title-track), «Vedrai che vita vedrai, uh» (“Vita spericolata”), «Ne ha rovinati più lui [l’orgoglio] che il petrolio» (“Giocala”).
Soprattutto quando si parla di catulliani odi et amo, il “Blasco” è bravissimo a sottolineare con disperato sarcasmo la linea di discrepanza che ci divide dall’alterità, la mistura e la chimica di un rude affetto: in “C’è chi dice no” (1987) figura un pezzo, “Ridere di te”, che è forse la summa di questo atteggiamento da outsider del sentimento, burbero e romantico al contempo. «Tu sì che sei speciale / ti invidio sempre un po’. / Sai sempre cosa fare / e che cosa è giusto o no. // Tu sei così sicura / di tutto intorno a te, / che sembri quasi un’onda che / che si trascina me».
Nel genere della canzone, per così dire, “contrastiva” – un vero e proprio duello a singolar tenzone – rientrano illustri predecessori e successori: “Like a Rolling Stone” di Bob Dylan (1965) con quel ritornello al feldspato («How does it feel, how does it feel? / To be on your own, with no direction home / A complete unknown, like a rolling stone»); o, ancora, “Quattro stracci” di Francesco Guccini (1996) con le sue silicee rivendicazioni («Quando sei dentro vuoi esser fuori, / cercando sempre i passati amori / ed hai annullato tutti fuori che te»).
Nel caso di Rossi, che ha ricevuto nel 2005 la laurea honoris causa in Scienze della comunicazione dall’Università Iulm di Milano per l’efficacia del suo stile «unico e insuperato», il punto d’onore è il desiderio di instaurare un contatto il più possibile schietto, onesto. Per farlo è necessario un passo indietro da entrambe le parti, scommessa rischiosa a cui non sembra preparata la destinataria della canzone («Meno male / che sei convinta tu») e che invece l’io lirico, pur nelle sue fragilità e debolezze, persino nell’esibito cinismo («E i sogni non lo so. / So solo che son pochi / quelli che si avverano»), è pronto a mettere sul piatto. L’invito del cantautore di Zocca, sempre percorso da cogenti domande esistenziali (esemplari sono “Gli angeli” e “Un senso”), è così una tensione all’autenticità del dialogo, come accade in “Dillo alla luna” (1989): «La voglio in faccia la verità / e se sarà dura / la chiamerò sfortuna».
Di Alberto Fraccacreta
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