La Napoli cantata da Geolier
Geolier ha portato Napoli e il dialetto napoletano sul palco dell’Ariston, non senza polemiche. Ma il rapper è un fenomeno “tutto napoletano” e quindi fuori posto a Sanremo?
La Napoli cantata da Geolier
Geolier ha portato Napoli e il dialetto napoletano sul palco dell’Ariston, non senza polemiche. Ma il rapper è un fenomeno “tutto napoletano” e quindi fuori posto a Sanremo?
La Napoli cantata da Geolier
Geolier ha portato Napoli e il dialetto napoletano sul palco dell’Ariston, non senza polemiche. Ma il rapper è un fenomeno “tutto napoletano” e quindi fuori posto a Sanremo?
AUTORE: Nicola Sellitti
Al Rione Gescal, fra Secondigliano e Miano (zona Nord di Napoli) c’è una potente crescita di riscatto e speranza fra amici, conoscenti e seguaci di Geolier. Lo hanno visto in tv a gruppetti, dinanzi a bar e locali, nella seconda serata sanremese che ha piazzato il rapper napoletano al primo posto in classifica per la giuria del pubblico e per quella delle radio. Geolier vive ancora nel Rione, con genitori e fratelli. Si raccontano in giro gli inizi del giovane artista che al Festival ha incantato anche Bob Sinclar (uno dei venerabili maestri di beat e dance) e che su YouTube è commentato da tantissimi ammiratori in lingua inglese. L’ex barbiere di Geolier ricorda che ha sempre avuto il baffetto, i suoi coetanei preannunciano una festa indimenticabile se davvero dovesse vincere il Festival. Poi c’è il murale che mette assieme lui e Maradona: l’investitura divina.
La musica cambia poco avvicinandosi ad altri quartieri della città, dove uno dei temi di conversazione al caffè riguarda Geolier e l’uso della lingua napoletana, su cui si è discusso anche prima del via di Sanremo: un concentrato di intellettuali e puristi (perché, come ricordava Gigi Proietti, il napoletano è lingua compiuta, non un dialetto come il romano) ha storto il naso di fronte alla rivisitazione grammaticale del testo che Geolier ha presentato a Sanremo. Elisioni, tagli, parole riviste al servizio del rap. Un esercizio di lesa maestà nella disputa sullo scettro della napoletanità. Come se la lingua, compreso il napoletano, non si evolvesse. Come se l’inglese senza difetti di McCartney e Lennon fosse poi lo stesso usato dagli Oasis venticinque anni dopo, invece che sincopato, biascicato, riscritto.
E si discute (questa volta sui social) se Geolier sia un fenomeno ‘tutto napoletano’ e quindi fuori posto a Sanremo, come si legge in tantissimi post. Ci sarebbe insomma il rischio che non venga capito. Come se la svolta urban-pop della musica italiana non riguardasse anche Milano e Roma, oltre che Napoli. Lui obiettivamente ci mette il carico. La sfilata sul red carpet di Sanremo con la tuta ufficiale del Napoli (per cui ha disegnato una linea già in vendita), le parole dette alla stampa sul sentirsi una ‘bandiera’ della città e sull’avvertire la responsabilità di portarla con sé sul palco. Tutto parte dalla promessa da lui fatta lo scorso anno: avrebbe dovuto portare al Festival “Chiagne” (assieme a Lazza), ma fu bocciato perché 75 secondi in napoletano erano troppi. Quindi stabilì che, se mai fosse tornato, lo avrebbe fatto soltanto con un brano tutto in napoletano. Così è stato e, pur di averlo in gara, Amadeus ha rivisto il regolamento che ha sempre imposto il solo italiano per l’intera canzone in concorso. Un atteggiamento di chiusura pericoloso: Napoli è l’opposto, è meticciato, è crocevia di lingue, culture, modalità di pensiero.
di Nicola Sellitti
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