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Jim Morrison: Il Dioniso del rock

Sono le 3 di notte del 3 luglio del 1971. Pamela Courson si alza dal letto di una stanza d’albergo di Parigi perché sente il suo compagno rantolare e vomitare. Prova a convincerlo a chiamare i soccorsi, invano: lui preferisce farsi un bagno e la invita a tornare a dormire. La mattina seguente verrà trovato morto nella vasca da bagno. Quell’uomo era Jim Morrison, il Dioniso del rock.
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Morrison era nato a Melbourne l’8 dicembre del 1943. Dopo aver passato un’infanzia movimentata per via di diversi traslochi, nel 1955 si era stabilito con la sua famiglia a San Francisco, città fervente dal punto di vista culturale e artistico. Fu in questo contesto che, mentre ancora frequentava il liceo, Morrison si avvicinò al mondo della letteratura tanto da preferire passare il suo tempo tra le diverse biblioteche della città piuttosto che a scuola, venendo così a contatto con l’universo culturale greco, in particolar modo con la figura di Dioniso, che tanto influenzò la sua arte e la sua vita. E fu utilizzando come filtro gli scritti del filosofo tedesco Nietzsche, in particolare “La nascita della tragedia greca”, che per la prima volta trovò una possibile concretizzazione di quella idea di libertà e vita che tanto lo assillava. Nietzsche aveva identificato in Dioniso un vero modello di vita, perfetta incarnazione dell’esistenzialismo, in grado di far uscire l’essere umano interiore da ogni tipologia di schema prefissato e limitante, rendendolo così libero. Morrison lesse e amò a tal punto questi scritti, dal finire per identificarsi in un moderno Dioniso la cui vera missione sarebbe stata quella di mettere in contatto il mondo con il proprio universo interiore, con l’aspetto più irrazionale di sé stessi. Ma necessitava di un mezzo per poter far ciò, per poter portare a compimento questa sorta di mandato autoimposto. Ne scelse due: la poesia e la musica. Fu da queste basi che nel 1965 nacquero i The Doors, nome scelto dal verso di una poesia di William Blake ripreso a sua volta dallo scrittore Aldous Huxley nel suo saggio “The Doors of Perception”: «Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe agli uomini come realmente è: infinita». Riguardo a ciò, Morrison dichiarò in una celebre intervista di qualche anno dopo che «Ci sono cose che si conoscono e altre che non si conoscono. Esiste il noto e l’ignoto, e in mezzo ci sono Le Porte (The Doors). I Doors sono i sacerdoti del regno dell’ignoto che interagisce con la realtà fisica, perché l’uomo non è soltanto spirito, ma anche sensualità». La scelta della musica come veicolo non fu casuale. È noto il ruolo che essa aveva nei riti misterici in onore di Dioniso e la sua capacità di estraniare l’ascoltatore sia per mezzo di ritmiche incalzanti e continue, sia per mezzo di composizioni strumentali e melodiche, tutte caratteristiche presenti nella produzione musicale dei Doors. A questi intenti risponde sicuramente la scelta del Blues come genere musicale di partenza, per via della sua forte presenza ritmica e della sua predisposizione, date le 12 battute canoniche in cui esso si muove, a testi dal ritmo e dal respiro poetico. Ma è nelle performance live che le similitudini con la sfera dionisiaca aumentando. Per comprendere a pieno il vero e proprio rituale che Morrison e compagni mettevano in scena nei loro concerti, è necessario sottolineare l’impatto che la musica eseguita dal vivo aveva e ha nella popular music. Tramite il radunarsi di tantissime persone si viene ad organizzare un vero e proprio diverso ordine percettivo del mondo che l’ascoltatore ha intorno a sé, dando vita ad una sorta di auto condizionamento collettivo. Sfruttando questo, Morrison interpretava in scena il ruolo dello sciamano, cambiando completamente timbro di voce, alternando grida a gemiti, saltando e gettandosi a terra. Quale modo migliore per comprendere a pieno questa trasformazione, se non guardare il The Doors live at the Bowl ’68? di Federico Arduini

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