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L’apocalisse secondo Lucio Dalla

Il mare bruciato, ucciso e umiliato è quello che vediamo ogni giorno, inquinato dai rifiuti tossici; ma è anche la metafora di una libertà di pensiero messa in pericolo dall’insorgere dei nuovi totalitarismi
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L’apocalisse secondo Lucio Dalla

Il mare bruciato, ucciso e umiliato è quello che vediamo ogni giorno, inquinato dai rifiuti tossici; ma è anche la metafora di una libertà di pensiero messa in pericolo dall’insorgere dei nuovi totalitarismi
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L’apocalisse secondo Lucio Dalla

Il mare bruciato, ucciso e umiliato è quello che vediamo ogni giorno, inquinato dai rifiuti tossici; ma è anche la metafora di una libertà di pensiero messa in pericolo dall’insorgere dei nuovi totalitarismi
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Il mare bruciato, ucciso e umiliato è quello che vediamo ogni giorno, inquinato dai rifiuti tossici; ma è anche la metafora di una libertà di pensiero messa in pericolo dall’insorgere dei nuovi totalitarismi

Inizia con un fischio, divenuto arcinoto, “Come è profondo il mare”, title-track dell’album pubblicato nel 1977, il primo interamente scritto da Lucio Dalla dopo la fine del rapporto artistico con il poeta Roberto Roversi, che era stato determinante per la composizione de “Il giorno aveva cinque teste” (1973), “Anidride solforosa” (1975) e “Automobili” (1976). Il cantautore bolognese trascorre l’estate nelle perlacee Isole Tremiti, dove mette a punto il disco redigendo in perfetta autonomia i testi delle canzoni. Nei complessivi otto pezzi figurano anche “Corso Buenos Aires” e “Disperato erotico stomp”, due pietre miliari dell’opera dalliana.

“Come è profondo il mare” potrebbe essere incasellata nell’ambito dell’ecopoetry, un genere letterario percorso da evidenti istanze ambientalistiche. La scrittura utilizzata da Dalla – che non dimentica l’alta lezione di Roversi con i suoi bozzetti quotidiani trasfigurati in allegoria – è espressionista sin dalle prime battute: «Siamo noi, siamo in tanti, / ci nascondiamo di notte / per paura degli automobilisti, dei linotipisti». La deformazione percettiva è infatti stigmatizzata dall’omoteleuto (cioè, stessa fine di parola) “automobilisti/linotipisti”, che ha valore straniante e che rimanda ai più cocenti casi di attualità (siamo nel pieno degli anni di piombo, tra il Movimento del ’77 e il sequestro di Aldo Moro). È, dunque, messa in rilievo una forte preoccupazione sociale: «Siamo i gatti neri, siamo pessimisti, / siamo i cattivi pensieri / e non abbiamo da mangiare».

Numerose sono le sollecitazioni liriche del brano che ondeggia tra climax discendenti a scopo parodistico («L’uomo diventò qualcuno, / resuscitò anche i morti, spalancò prigioni, / bloccò sei treni con relativi vagoni»), adynata e impossibilia («Poi da solo l’urlo diventò un tamburo / e il povero come un lampo nel cielo sicuro / cominciò una guerra per conquistare / quello scherzo di terra»). Al di là dei sapienti accorgimenti formali, il senso della canzone va cercato nel «dramma collettivo di questo mondo», ossia nello scontro apocalittico per il controllo mondiale con i «pesci» che assistono «curiosi» – simbolo di un’umanità oppressa dal potere. Il finale si colorisce di messaggi ecologisti ‘integrali’: «Certo, chi comanda / non è disposto a fare distinzioni poetiche, / il pensiero come l’oceano / non lo puoi bloccare, / non lo puoi recintare. / Così stanno bruciando il mare, / così stanno uccidendo il mare, / così stanno umiliando il mare».

Il mare bruciato, ucciso e umiliato (ancora un’anticlimax) è quello che vediamo ogni giorno, inquinato dai rifiuti tossici; ma è anche la metafora di una libertà di pensiero messa in pericolo dall’insorgere dei nuovi totalitarismi. “Come è profondo il mare” anticipa un’altra canzone engagée a livello politico-escatologico, “La domenica delle salme” di Fabrizio De André (pure qui si osserva un rivelatorio omoteleuto: «Voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti, / per l’Amazzonia e per la pecunia, / nei palastilisti e dai padri maristi»). Che il loro intento non fosse solo di raccontare un’epoca, bensì di profetizzare la catastrofe a venire?

Di Alberto Fraccacreta

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