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Le polemiche ridicole e la Napoli che pochi capiscono

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Napoli vive una “maledizione”. Lo spunto ci è stato offerto dall’invero scomposta polemica che ha investito Sal Da Vinci

Le polemiche ridicole e la Napoli che pochi capiscono

Napoli vive una “maledizione”. Lo spunto ci è stato offerto dall’invero scomposta polemica che ha investito Sal Da Vinci

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Le polemiche ridicole e la Napoli che pochi capiscono

Napoli vive una “maledizione”. Lo spunto ci è stato offerto dall’invero scomposta polemica che ha investito Sal Da Vinci

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Napoli vive una “maledizione”. Lo spunto ci è stato offerto dall’invero scomposta polemica che ha investito Sal Da Vinci. Lo scontro innescato da Aldo Cazzullo lo lasciamo lì, quello che ci interessa è tornare alla “maledizione” cui facevamo cenno.

Napoli vive sospesa – oltre che nei tradizionali ed eterni contrasti di splendore e miseria, luci e ombre, paradiso e inferno – fra la composita realtà concreta e l’immagine di sé che il turista o più semplicemente il “forestiero” hanno o ritengono di avere della città.

Quell’insieme di luoghi comuni, oleografie, colori, suoni e immagini che chiunque arrivi a Napoli, parli di Napoli o immagini Napoli si aspetta di trovare. A tal punto che moltissimi napoletani – più o meno inconsciamente – fanno di tutto per fornir loro esattamente quella napoletanità posticcia ma utile a confermare le attese di chi visita o osserva da lontano.

Tantissimi autoctoni emigrati (non è una brutta parola) sanno benissimo di cosa stiamo scrivendo: quella sensazione fastidiosa che si prova tornando in città e osservando i camerieri, i tassisti, il personale di varia natura ma anche la gente in mezzo alla strada mettersi a recitare la parte del napoletano caciarone, casinista e battutista pur di far tornare il turista a casa con la sensazione di aver visto la “vera Napoli“.

Inutile dirvi che quella non è vera manco un po’, al più ne è una rappresentazione.

Ha ragione Aldo Cazzullo quando rimprovera a Sal Da Vinci di essere il perfetto corifeo di quella Napoli da telenovela, ma sbaglia a leggerne una responsabilità ascrivibile al cantante. Lui fa esattamente quello che fa da quarant’anni (il che andrebbe riconosciuto come merito, in un Paese che crede di poter costruire una carriera in tre giorni), il problema semmai è in chi guarda. E giudica.

Terribilmente sbagliato, dunque, è fermarsi lì. Non riconoscere una delle straordinarie caratteristiche della città: essere uno dei pochi centri urbani italiani ancora con una sua specifica sociologia e stratificazione culturale. Quello che sfugge a molti e nello specifico a tanti che di Napoli parlano senza averla mai realmente compresa, è che l’alto-basso in riva al Golfo esiste dalla notte dei tempi.

La miscela di cultura raffinatissima e ultra popolare è parte stessa di un tessuto connettivo in cui signori e lazzaroni abitavano negli stessi palazzi lungo il Decumano, solo in piani diversi.

Le immortali canzoni che oggi costituiscono il lascito “alto” della tradizione musicale partenopea nascevano masticando non di rado la povertà e i disagi della Napoli più popolare. Di tanti di questi brani si sono perse le tracce, altri più fortunati impiegarono anni per uscire da una dimensione che oggi definiremmo undergorund, per arrivare alla fama e ai grandi interpreti. “Napule è mille culure, Napule è mille paure, Napule è a voce de’ criature che saglie chianu chianu” cantava più Daniele e fra mille colori e paure c’è spazio per tutti.

Di Fulvio Giuliani

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