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L’osceno poeta rock d’Irlanda

Tra gli eroi nazionali, il cuore dell’Irlanda batte per Shane MacGowan, un artista che ha sempre fatto parlare di sé per i suoi atteggiamenti eccentrici.

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Pochi giorni fa, parlando con un amico irlandese, ho scoperto che il cuore d’Irlanda batte forte per tre eroi nazionali: Michael Collins, Shane MacGowan e Gigio Donnarumma. La scelta del primo e del terzo si fonda, è evidente, su vivide fragranze di puro sentimentalismo antinglese. Fa, invece, piacere che Shane MacGowan, poeta e artista rock, pulsi forte nei cuori gaelici. In fondo, è lui il menestrello più autentico di quell’Irlanda proletaria e disadattata, sentimentale e ruvida, sbevazzona e disperata.

Il suo racconto in musica colpisce cuore e fegato, emoziona, suona pieno di verità. La saggistica rock ha avuto sempre l’insopprimibile esigenza di costruire idoli e icone e di farlo, spesso, occultando il rivolo d’oro puro donato da artisti veri. È successo con Hendrix, con Syd Barrett, con Nick Drake. Per molti, infatti, Shane MacGowan è ancora solo un’immagine rock: una bocca sdentata, un corpo falcidiato dall’alcolismo, una voce biascicata, uno stare a stento sopra il palco. Si mette, invece, da parte quel meraviglioso scrigno di lirismo amaro, a volte euforico, che contiene le istantanee di storie grondanti umanità e dolore versate dentro canzoni semplici e dirette. Ma riavvolgiamo il nastro.

Shane MacGowan sceglie di diventare artista rock quando si imbatte nello sguardo ossessivo, nei testi e nelle movenze provocatorie dell’altro cattivone d’Irlanda: Johnny Rotten, frontman dei Sex Pistols. È l’era del punk, dei testi che sbucano dalle interiora di una gioventù insoddisfatta, di tre accordi distorti, sempre gli stessi, suonati con piglio energico e distruttivo.

Shane MacGowan è uno di loro. Vuole produrre musica, vuole raccontare storie. Fonda i Nips e poi i New Repubblicans, che diventeranno i Pogues. Il suo gruppo di maggior successo. Il nome deriva dal gaelico anglicizzato Pogue Mahone (rivolgete questa frase a un irlandese e vediamo come reagisce). Poche e scarne armonie, sound ‘verde-irlandese’ creato dall’incontro di strumenti musicali tradizionali – whistle, banjo, violino, fisarmonica e banjola – incastonati in una ritmica rock di chitarre, basso e batteria. Shane è l’autore di quasi tutti i pezzi. È il poeta della band. Le canzoni dei Pogues, nella migliore tradizione irlandese, invogliano a danzare (e a bere) fino allo sfinimento ma sono anche lente ballate attraversate da solchi poetici e affreschi di rara bellezza.

I talk televisivi si contendono Shane perché alza lo share. Sempre ubriaco (preferisce il gin), sempre sopra le righe, sempre pronto a scheggiare i buoni sentimenti del pubblico televisivo. Rimangono impressi il suo volto e la sua bocca frantumata mentre il fluido benefico di una straordinaria poesia viene estromesso dall’immaginario collettivo. Peccato. Rumour di redazioni musicali dicono che quest’anno produrrà un nuovo disco. Vedremo. Si è rifatto la dentatura. Non ce ne frega molto. Preferiremmo veder scorrere, oltre al Bushmills, nuovi fiumi di storie umane che il vecchio e scassato cantore d’Irlanda ha generosamente distillato per noi.

 

di McGraffio

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