Mario Monicelli, il maestro della commedia italiana
A quindici anni esatti dalla scomparsa di Mario Monicelli, la sua figura resta un pilastro della cultura popolare italiana
Mario Monicelli, il maestro della commedia italiana
A quindici anni esatti dalla scomparsa di Mario Monicelli, la sua figura resta un pilastro della cultura popolare italiana
Mario Monicelli, il maestro della commedia italiana
A quindici anni esatti dalla scomparsa di Mario Monicelli, la sua figura resta un pilastro della cultura popolare italiana
A quindici anni esatti dalla scomparsa di Mario Monicelli, la sua figura resta un pilastro della cultura popolare italiana. Maestro della commedia all’italiana, osservatore acuto delle fragilità e delle vanità del nostro Paese, il regista romano ha saputo trasformare il cinema in uno specchio capace di restituirci un’immagine autentica – talvolta impietosa, sempre profondamente umana – di ciò che siamo.
La sua carriera, lunghissima, affonda le radici negli anni Trenta, quando appena 20enne esordisce con “I ragazzi della via Paal”, realizzato insieme ad Alberto Mondadori. È un inizio precoce che rivela subito una sensibilità narrativa particolare, già proiettata verso la costruzione di mondi popolati da antieroi, piccole persone costrette a misurarsi con la storia, il destino o semplicemente con le proprie mancanze.
Negli anni Quaranta e Cinquanta Monicelli affina il mestiere collaborando con Totò, da cui riceve alcune delle sue interpretazioni più ironiche e malinconiche. In questo periodo matura anche come sceneggiatore, lavorando accanto a Steno e Age & Scarpelli, con cui costruirà alcuni dei copioni più perfetti del nostro cinema. La svolta definitiva arriva nel 1958 con “I soliti ignoti”, che inaugura la stagione d’oro della commedia all’italiana e porta Monicelli sulla scena internazionale. Seguiranno titoli che sono già storia: “La grande guerra”, Leone d’Oro a Venezia; “L’armata Brancaleone”, che reinventa il Medioevo in chiave satirica; “Amici miei”, con il suo sguardo disincantato sull’amicizia e sul passare del tempo; “Romanzo popolare” e “Un borghese piccolo piccolo”, dove la risata si incrina davanti alla violenza e al dolore.
Il suo cinema non è mai evasione: è un modo per leggere il Paese, smontarne i miti, raccontarne le contraddizioni. Anche negli anni Ottanta e Novanta Monicelli continua a sperimentare, dirigendo “Speriamo che sia femmina” e “Il marchese del Grillo” (uno dei ruoli più memorabili di Alberto Sordi) e accompagnando nuove generazioni di attori come Massimo Troisi e Roberto Benigni. Fino all’ultimo rimane un intellettuale vigile, attento alle trasformazioni della società italiana, critico verso il conformismo e le ipocrisie di ogni epoca.
E proprio questa lucidità aiuta a comprendere la scelta finale compiuta nel 2010, quando Monicelli – ricoverato in ospedale per un tumore in fase terminale – decise di togliersi la vita a 95 anni compiuti. Un gesto che sconvolse l’opinione pubblica e che la sua compagna, Chiara Rapaccini, ha sempre invitato a leggere senza fraintendimenti: non come atto di depressione, ma come decisione consapevole. In un’intervista recente la donna ha ricordato come allora in Italia non esistesse alcuna possibilità legale di ricorrere al suicidio assistito: «Fu una scelta lucidissima, ma la società non era pronta a dare un aiuto con la pietas necessaria quando una persona sceglie liberamente la propria morte».
Queste parole risuonano oggi con particolare forza dopo il suicidio assistito di Alice ed Ellen Kessler. Rapaccini ha sottolineato la dignità e la discrezione con cui le due artiste hanno affrontato la loro scelta, criticando il modo in cui i media hanno continuato a raccontarle: più come icone pop che come donne autonome e colte. La loro notorietà ha riaperto un dibattito che in Italia fatica a trovare spazio e che realtà come l’Associazione Luca Coscioni (a cui Rapaccini stessa aderisce, insieme a molti familiari di persone che hanno compiuto scelte analoghe) contribuiscono a tenere vivo, battendosi per il riconoscimento legale del diritto all’autodeterminazione sul fine vita.
Quindici anni dopo la figura di Monicelli continua a interrogarci. I suoi film restano una bussola per leggere l’Italia, mentre la sua ultima decisione ci ricorda che la libertà individuale non è un concetto astratto ma un terreno su cui si misurano responsabilità, empatia e maturità civile. Il suo sguardo ironico e lucidissimo continua a invitarci a guardare la realtà senza ipocrisie, sullo schermo come nella vita. Fino all’ultimo fotogramma.
Di Stefano Faina e Silvio Napolitano
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