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PFM, la band del futuro

Prima dei Måneskin era la PFM, molto tempo addietro, a esportare la musica italiana nel resto del mondo. Dopo 50 anni la band è ancora sul palco.

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Citare “Blade Runner” per raccontare la PFM, potere della fantascienza. Voight-Kampff Test, si chiama così l’esame a cui un uomo con baffi spessi e camice bianco viene sottoposto dal cacciatore di replicanti Dave Holden all’inizio del film capolavoro di Ridley Scott. «Descrivi tua madre», dice il blade runner prima di finire morto ammazzato per mano dell’androide senza anima all’altro capo del tavolo. Sono partiti da qui Franz Di Cioccio e Patrick Djivas, leader della Premiata Forneria Marconi, per immaginare il loro ultimo album “Ho sognato pecore elettriche”, ispirato al romanzo quasi omonimo di Philip K. Dick che ha dato poi vita a “Blade Runner”.

Un mondo distopico, dove gli androidi sono fatti di carne e ossa, siamo noi: «Ormai non si può più tornare indietro, questa società è terrificante» ci dice Patrick Djivas. «La tecnologia ha preso il sopravvento. Chi ha inventato i social network non sa come fermare questo mondo». Eppure c’era un tempo in cui gli uomini del futuro erano proprio i componenti della PFM. Atterrati nel 1972 nello studio di “Amico Flauto”, programma Rai condotto da Renzo Arbore, con un’astronave tutta tasti e luci. C’erano sintetizzatori e suoni mai sentiti. E poi il moog, un apparecchio tanto raro che l’unico esemplare in Italia era quello presente in studio. Da allora sono passati cinquant’anni anni (e più di 6mila concerti) e la Premiata Forneria Marconi – che deve il suo nome a un negozio di un fornaio di Chiari, in provincia di Brescia – è ancora sul pezzo: «Come facciamo? Ci divertiamo. Ogni nostro lavoro è diverso da quello precedente. Prendiamo ispirazione da ogni cosa, non riusciamo a stare fermi» rivela Franz Di Cioccio.

Cinquant’anni di carriera, tondi tondi. Prima dei Måneskin era la PFM, molto tempo addietro, a esportare la musica italiana nel resto del mondo. Capitava allora di vedere sprofondare nel seggiolino del Palaeur Greg Lake, cofondatore dei King Crimson ed Emerson, Lake & Palmer, per ascoltare quel progressive illuminante: «Gli mandammo una cassetta di una nostra esibizione di “21st Century Schizoid Man”. Gli piacque e ci venne a vedere». Il successo all’estero arrivò in modo naturale: «Noi nemmeno ce ne rendevamo conto» racconta Di Cioccio. «Facevamo quello che più ci faceva fare: suonare. Certo, a un certo punto sono capitate cose che ci hanno fatto dire “Oddio, ma cosa sta succedendo?”». Qui i ricordi sono una carrellata di immagini scintillanti: «Abbiamo suonato davanti a 300mila persone e ci sono venuti a prendere con l’elicottero per evitare il traffico cittadino. Ci siamo esibiti al Madison Square Garden di New York, poi a Los Angeles, in Giappone i fan ci aspettavano fuori dal camerino per lasciarci qualche regalo». Al Royal Albert Hall di Londra si imbatterono in un’ospite speciale: «Eravamo nel bel mezzo delle prove quando arrivò la Regina Madre. I tecnici che stavano lavorando si zittirono. Calò il silenzio. La moglie di Giorgio VI, nella sala da concerto per inaugurare una serata di balletto, volle sapere chi eravamo, incuriosita dalla nostra musica».

I racconti di quegli anni sono una miniera di aneddoti. Uno riporta al presente e a Ian Anderson, frontman dei Jethro Tull, presente nell’ultimo album della PFM: «È sempre stato un precursore, non solo nella musica» racconta Djivas. «Non ha mai stretto la mano a nessuno, preferisce salutare col gomito da sempre. Non è scortesia, ma nessuno ha mai capito perché lo faccia». Immagini in dissolvenza. Presente, futuro. Dopo 50 anni la PFM è ancora sul palco. L’ultimo tour “PFM 1972-2022”, posticipato causa Covid, è stato rinviato in autunno e partirà il prossimo 11 ottobre. Sempre con la stessa voglia di stupire.

di Giacomo Chiuchiolo

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