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Quella volta che una cover band napoletana dei Beatles ingannò mezza Italia

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Nel novembre del 1976 a Napoli, capitale naturalizzata della fantasia, qualcuno decide di organizzare uno scherzo radiofonico: una cover band dei Beatles ingannerà mezza penisola

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Liverpool è un po’ la Napoli inglese (certo, meno bella) e Napoli è un po’ la Liverpool italiana. In verità tutte le città portuali si portano addosso uno spirito comune, intarsiato di vivacità e arguzia. Incarnato da una congerie umana sonora e tagliente, creativa, dolorosa e con problemi a pacchi. Napoli e Liverpool sono due città che hanno offerto al mondo, nei secoli, un inestimabile e multiforme patrimonio musicale e culturale. Napoli con la scuola di Cimarosa, Porpora, Scarlatti e Paisiello, alla cui fonte armonica e melodica si è abbeverato nei secoli un pezzo di civiltà occidentale. Liverpool, anni e anni dopo, con i grezzi ma avvincenti linguaggi dello skiffle, l’impetuoso movimento del Mersey Beat e, ovviamente, i rivoluzionari signori della musica mondiale. I Beatles.

C’è un filo che unisce queste due città e corre lungo il binario di un suono, quello della propria lingua, già da solo capace di ‘essere musica’. A prescindere dalla comprensione o meno dei contenuti espressi. Accadeva con i Beatles, per molti inglesi incomprensibili; accadeva col grande Pino Daniele e con la stagione meravigliosa e tuttora viva del Neapolitan Power.

Poi nel novembre del 1976 a Napoli, capitale naturalizzata della fantasia, qualcuno decide di organizzare uno scherzo radiofonico. In quel periodo il popolo partenopeo sta pensando ad altro: c’è l’attesissima amichevole di calcio Napoli-Liverpool. Quindi un dj dell’emittente locale Radio Antenna Capri fa uno più uno: Liverpool, quindi Beatles. «Sissignori, il nostro caro presidente Ferlaino ci ha fatto questo regalo… Venuti appositamente per la partita, avremo qui in studio niente meno che i Beatles!». Ferlaino conferma in un comunicato. Una reunion, si direbbe oggi. In radio si suona dal vivo e parte un sound che tutto il mondo conosce. La canzone è “She Loves You”, le voci sono quelle – riconoscibilissime – di Lennon e McCartney, il fraseggio alla chitarra è quello tipico di George Harrison. Insomma, sono proprio loro!

Aspetta un attimo. Ascoltando meglio, quelle voci stanno cantando ben altri versi: «Si e llave tu!» (Se te li lavi!), «Ma scemo nun ce so… te l’aggia ditt già…». E a cantare non sono i veri Lennon e McCartney, ma due ragazzi che sembrano proprio i baronetti di Liverpool però all’anagrafe risultano con ben altro nome: Lino D’Alessio e Costantino Iaccarino. Completano la formazione Massimo D’Alessio (seconda chitarra) e Pino De Simone (batteria), nomi decisamente poco british. Per forza: sono gli Shampoo (d’altronde i Beatles erano famosi anche per i loro capelli), una band partenopea nata da un’idea dello scrittore e autore di programmi musicali Giorgio Verdelli. Suona le canzoni dei Beatles alla perfezione, ma ne parodia i testi usando il napoletano stretto, portuale, ricco, sonoro. Il risultato sembra davvero slang di Liverpool.

La puntata con scherzo viene seguita da oltre 150mila ascoltatori. Morale della favola: subito un contratto da firmare con la casa discografica Emi, per un album memorabile (“In Naples”) che esce fra il 1980 e il 1981. E così “Help” diventa “Pepp”, “Twist and Shout” si trasforma in “Chist è ’u scia’”, “From me to you” è “Quaccosa ’e cchiù”. La copertina del discoricalca quella di “Please Please Me” e al posto della famosa etichetta con la mezza mela ce ne sta una col pomodoro. Seguono tante apparizioni nelle tv pubbliche: è il mito dei quattro baronetti di Liverpool rinverdito in salsa partenopea. Una cover band ma con un tasso di creatività e fantasia maggiori rispetto alla media e un messaggio chiaro: i miti si possono ricreare, reinventare, possono risorgere. Ma con una buona dose di napoletanità è ancora meglio.

Di McGraffio

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