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title: Rai, annullato il monologo di Antonio Scurati sul 25 aprile. La denuncia di Serena Bortone
description: Polemiche in casa Rai. Antonio Scurati non interverrà questa sera nel programma “Che sarà”. A raccontarlo, la conduttrice Serena Bortone
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date: 2024-04-20
author: Filippo Messina
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categories: [Spettacoli]
tags: [25 aprile, rai, televisione]
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# Rai, annullato il monologo di Antonio Scurati sul 25 aprile. La denuncia di Serena Bortone

![Antonio Scurati Serena Bortone](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/04/Antonio-Scurati-Serena-Bortone.jpg)

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2023-05-26 07:10:19

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Nel giro di poche settimane, dopo il caso Fabio Fazio, anche Lucia Annunziata ha deciso di lasciare la Rai

Ci risiamo: nel giro di poche settimane, dopo il caso Fabio Fazio, tocca a Lucia Annunziata. Molto meno trascinato nel tempo, più limpido e tutto sommato lineare nel suo sviluppo, anche l’addio della nota giornalista alla televisione di Stato si è consumato.

A differenza del conduttore e della “combo“ con Luciana Littizzetto, non è dato sapere se la Annunziata abbia già un approdo sicuro o meno. Possiamo limitarci a supporre che una soluzione soddisfacente dal punto di vista professionale la si troverà (parliamo di una giornalista di profonda esperienza e riconosciute capacità), ma non è certo questo gran tema di dibattito pubblico.

Colpiscono, piuttosto, la terminologia usata e le immagini scelte per accompagnare l’annuncio: “Non rimango qui da prigioniero politico“, ha dichiarato fra l’altro la Annunziata, espressione oggettivamente un filino ridondante, considerato il ruolo della stessa, le sue apertissime e del tutto legittime simpatie e antipatie politiche e il non averle mai nascoste. Altrettanto legittimamente, sia chiaro, ma pur sempre dando alla propria attività giornalistica un’impronta di parte tipica delle stagioni della nostra televisione di Stato. Lontana anni luce da un sempre vagheggiato e mai neppure sfiorato “modello BBC“.

È tutto sempre esagerato quello che ruota intorno alla Rai, oltre che incredibilmente uguale a se stesso. Una scena ripetitiva, estenuante, in cui a turno - scambiandosi con stupefacente regolarità i ruoli - i partiti urlano ipocritamente allo scandalo per comportamenti che ciascuno ha tenuto quando ha avuto l’opportunità di mettere le mani sulla gestione dell’azienda. Nessuno escluso.

Ognuno con i suoi “preferiti“, gli “amici” e gli inevitabili “avversari” da ostracizzare.

Quindi, ci sia fatta almeno la cortesia di evitare questi toni da tragedia popolare, assolutamente sproporzionati e vagamente ridicoli.

Balletti, accuse, vendette da consumare si potrebbero magicamente eliminare solo mettendo sul mercato e privatizzando questo balenottero. Cosa che nessuno naturalmente penserà mai di fare, aspettando pazientemente il proprio turno di gestione del potere.

di Fulvio Giuliani

Rai, di tutto come al solito

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2023-05-26 07:16:01

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2023-11-16 07:33:52

2023-11-16 06:33:52

Non si parla d'altro che di "Rai meloniana". E se iniziassimo a pensare al talento come unica fonte di successo o insuccesso nel mondo dello spettacolo?

Non passa giorno che, in assenza di migliori notizie dai sondaggi che non cambiano mai e da mobilitazioni che non infiammano le piazze, la stampa vicino all’opposizione non spari a palle incatenate contro la cosiddetta “Rai meloniana“. Almeno la vecchia, cara Rai continua a garantire un po’ di soddisfazione alle sfilacciate truppe d’opposizione, con i disastrosi esiti di quasi tutti i programmi legati ai primi palinsesti disegnati nella TV di Stato a “controllo“ di destra.

Non staremo qui a farne l’elenco, proprio perché arcinoto e ormai diventato uno dei pochi motivi di soddisfazione di chi proprio non sopporta l’attuale maggioranza di governo e i suoi leader. Un gioco eterno, quello che si consuma sulla televisione di Stato e che ha caratterizzato praticamente l’intera seconda Repubblica. Tutta la parabola berlusconiana, dalla sua discesa in campo quasi fino alla scomparsa.

Nulla di nuovo, compreso i roboanti allarmi lanciati - ora da destra, ora da sinistra - sugli attentati alla democrazia, al pluralismo e alla libertà di parola. Un teatrino sempre uguale, semplicemente destinato a ripetersi a parti invertite seguendo l’andamento ondivago delle rispettive vittorie e sconfitte.

Mai una volta che tutti questi pensosi critici dell’arte televisiva si siano soffermati su una considerazione basilare e persino banale: finché non avverrà qualcosa di assolutamente rivoluzionario, il successo e l’insuccesso in attività mediatiche legate allo spettacolo e all’informazione sarà sempre determinato dal talento, dalle risorse individuali e di team, dalle idee, dalla capacità di realizzarli. Mai dal solo schierarsi a favore di questo o quel potente.

Mentre si starnazza alla morte della democrazia in televisione - peraltro come se il panorama televisivo e dei media fosse ancora quello degli anni ‘80 del secolo scorso - forse converrebbe riflettere più che altro sulla qualità di chi fa bene e chi fa male il proprio mestiere.

Fazio aveva il suo pubblico a Raidue e se lo è portato sui canali Discovery, la Berlinguer era regolarmente battuta da Floris alla Rai e nulla è cambiato a Mediaset. Non è che la supposta “epurazione“ li abbia trasformati: sono rimasti esattamente quello che erano. Fiorello funzionerebbe su qualsiasi canale, a qualsiasi ora. Il talento batte la politica e la politica non regala talento.

di Fulvio Giuliani

Rai, destra, sinistra e talento

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2023-11-16 07:33:52

2023-11-16 06:33:52

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2022-04-25 17:00:19

2022-04-25 15:00:19

La terribile guerra che insanguinò l'Italia dal 1943 al 1945, paradossalmente, è tra le realtà meno studiate a scuola. Il più grande lascito del 25 aprile dovrebbe essere l'approdo a una visione condivisa, a cominciare dalle responsabilità storiche del nostro Paese.

La guerra di liberazione dal nazifascismo, la Resistenza, la terribile guerra civile che insanguinò l’Italia fra il 1943 e il 1945 sono fra le realtà meno studiate (a scuola, intendiamo) del dopoguerra. Un apparente paradosso, considerata la grancassa e le polemiche che hanno sempre accompagnato il 25 aprile. È sufficiente, però, tornare con la memoria ai nostri anni scolastici per capire di che cosa stiamo scrivendo. Spieghiamo, ricordiamo, in modo da generare gli anticorpi che sono il fondamento di una società evoluta, in cui la democrazia sia conquista da tutlare giorno per giorno.

Di quei mesi da incubo, vissuti dall’Italia dopo la caduta del fascismo il 25 luglio 1943, l’armistizio siglato con gli Alleati – annunciato e gestito nel modo peggiore possibile l’8 settembre successivo – fino alla “macelleria messicana” di Piazzale Loreto, abbiamo avuto per anni una lettura parziale e di comodo. Pesantemente influenzata dalla politica democristiana che resse l’Italia dopo il secondo conflitto mondiale, negli anni ruggenti del boom e del miracolo economico, ma permeata dall’indiscutibile egemonia culturale di sinistra. Nulla che oggi non venga dato per acquisito (non ci sono solo i libri di Giampaolo Pansa a testimoniarlo), ma che per decenni ha definito la lettura della Resistenza e dello stesso 25 aprile. Al punto che la mia generazione è venuta su con l’idea che avessimo ‘pareggiato’ la Seconda guerra mondiale e che la Resistenza ci avesse fatto diventare sostanzialmente alleati degli Alleati, se non proprio dei vincitori.

Del resto, il nostro stesso posizionamento atlantista nel dopoguerra finiva per sostenere questa lettura semplificata e mistificata della Resistenza. Frutto avvelenato di tutto ciò, l’incapacità di analizzare storicamente il fenomeno, finendo per polarizzare anni di dibattito fra una beatificazione acritica o una condanna senza appello e in una sovrapposizione altrettanto semplicistica della lotta partigiana al Partito comunista. Due sciocchezze uguali e contrarie, che hanno avvelenato i pozzi e impedito al nostro Paese di sviluppare una consapevolezza condivisa della propria storia. A cominciare dai nostri, terribili errori. Del resto, ce n’erano abbastanza da destinare all’oblio fra i tanti che si erano agilmente riciclati da fascisti ad anti, ma anche fra chi a sinistra aveva accarezzato la rivoluzione, si era fatto pagare da Stalin e piacevolezze varie.

Per decenni abbiamo ‘dimenticato’ la Resistenza di tanti soldati che onorarono il giuramento alla patria e al re – che si era infine risolto a dichiarare guerra al vecchio alleato nazista – e non al duce di ciò che restava del fascismo e alla sua cupa repubblica-fantoccio di Hitler, finendo per cancellare il sacrificio di migliaia di loro. A cominciare da quelli che non riuscirono a combattere al fianco degli anglo-americani perché rinchiusi nei campi di concentramento tedeschi, dopo essersi rifiutati di schierarsi con i fascisti. Se si ‘dimentica’ la Resistenza cattolica, azionista, repubblicana o al più la si dipinge come un corollario alla spina dorsale ‘rossa’, non è lecito meravigliarsi che il 25 aprile sia stato per un lunghissimo periodo una festa di parte. Al punto che, caduto il Muro e teoricamente superata la contrapposizione fra blocchi, chi tentò di vivere questa giornata come una ricorrenza infine nazionale fu inseguito dalle più spietate accuse di revisionismo, se non fisicamente cacciato dai cortei. Fallito il socialismo reale, paradossalmente in Italia il 25 aprile per taluni doveva restare la riserva indiana del comunismo che fu. La ridicolaggine in sé di questa pretesa potrebbe persino farci amaramente sorridere, se non finisse per replicare gli errori commessi a lungo e che qui abbiamo provato a sintetizzare.

Il più grande lascito del 25 aprile dovrebbe essere l’approdo a una visione condivisa, a cominciare dalle responsabilità storiche del nostro Paese. Realtà da tirar fuori da sotto il tappeto e illustrare ai nostri figli. Spieghiamo, ricordiamo, in modo da generare gli anticorpi che sono il fondamento di una società evoluta, in cui la democrazia sia conquista da tutelare giorno per giorno. Una società pronta a riconoscere le minacce all’orizzonte, come oggi di drammatica attualità.

di Fulvio Giuliani

Non manipoliamo la storia del 25 aprile

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2022-04-25 10:49:54

2022-04-25 08:49:54

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