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Ripartenza alla coreana

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Mentre alcuni, con 25 anni di ritardo, ancora si lambiccano sull’impatto dei manga nella cultura italiana, la Corea avanza. Non tanto quella del Nord, quella dei missili e del comunismo dinastico, ma quella del Sud. Seul infatti ha sviluppato un soft power culturale che l’ha resa tra le principali esportatrici di cultura pop al mondo, specialmente in relazione alla sua limitata dimensione e popolazione.

L’invasione è pacifica e all’evidenza di tutti mentre si diffonde a ogni livello: il cosiddetto K-pop, termine omnicomprensivo per indicare la musica popolare coreana dal ballad all’hip hop, furoreggia nel mondo grazie a boy band come i “Bangtan Boys” (meglio conosciuti come “BTS”) ma anche a cantanti solisti come Psy, àlias di Park Jae-sang, che già nel 2012 furoreggiava ovunque col suo orecchiabile “Gangnam Style”.

Il sistema d’intrattenimento coreano non si ferma però alla musica.

In un’eruzione di creatività, le serie tv vengono prodotte a dozzine nella contesa tra i servizi di streaming: “Squid Game” è tra i prodotti più di successo di Netflix in tutta la sua platea mondiale di utenti, ed è da notare che una serie simile come “Alice in Borderland” (di tema simile ma con impostazione nipponica), non riesca a raggranellare un decimo di quella fan base. Nel 2020 “Parasite” ha vinto l’Oscar come miglior film (non straniero: miglior film punto), la Palma d’oro, il Golden Globe, il Bafta e persino un David di Donatello; il regista? Bong Joon-h, sudcoreano.

Tali luci della ribalta chiaramente sono mantenute da un sistema di lavoro molto competitivo che spesso si traduce in stress e sfruttamento, ma è innegabile la grande soddisfazione che gira tra gli addetti di Hallyuwood, fusione tra le parole “ondata coreana” e la nota Hollywood.

Soprattutto è la dimestichezza che la loro industria dell’intrattenimento ha con la distribuzione digitale ad aver fornito un vantaggio tattico negli ultimi vent’anni, stimolata dalla competizione con l’endemica pirateria che affliggeva la povera (fino a pochi anni fa) economia sudcoreana. Lo dimostra l’incredibile diffusione attraverso le piattaforme web dei loro fumetti, chiamati manhwa, in un sistema a scorrimento dall’alto verso il basso incredibilmente comodo ed efficace: il gesto dello sfogliare si muta nella carezza dell’indice sullo schermo, seguendo le trame di “Killing stalking” o “Something about us”.

Parliamo per questo settore di cifre sensibilmente inferiori rispetto a cinema, musica, serie tv o videogiochi, ma comunque nell’ordine dei miliardi di dollari: numeri già molto superiori a quelli delle americane Marvel e Dc, o della nostra Panini Comics.

Senza dimenticare il successo delle tecnologie Samsung o della diffusione delle auto SsangYong.

Chiaramente, la dedizione e la tecnologia non possono essere le uniche fonti di questo successo: è come se dei fumi impalpabili emergessero dalla società sudcoreana, piena di contraddizioni e difetti, per essere intercettati immediatamente dal suo mercato dell’intrattenimento, pronto ad affermare «Io esisto, noi esistiamo!». Se qui in Italia ci si guarda ancora l’ombelico a labbra schiuse, in un’altra penisola, all’altro capo del mondo, tira forte il vento della novità.

 

Di Camillo Bosco

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