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Sanremo 2026, Ditonellapiaga e TonyPitony vincono la serata cover! Le pagelle: Fulminacci 4, Lamborghini 5, Levante e Gaia 7.5, Bambole 7.5, Dito e Tony 9

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Al secondo posto della serata cover di Sanremo 2026 Sayf con Alex Britti e Mario Biondi, al terzo Arisa con Il Coro Teatro Regio di Parma

Sanremo cover

Sanremo 2026, Ditonellapiaga e TonyPitony vincono la serata cover! Le pagelle: Fulminacci 4, Lamborghini 5, Levante e Gaia 7.5, Bambole 7.5, Dito e Tony 9

Al secondo posto della serata cover di Sanremo 2026 Sayf con Alex Britti e Mario Biondi, al terzo Arisa con Il Coro Teatro Regio di Parma

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Sanremo 2026, Ditonellapiaga e TonyPitony vincono la serata cover! Le pagelle: Fulminacci 4, Lamborghini 5, Levante e Gaia 7.5, Bambole 7.5, Dito e Tony 9

Al secondo posto della serata cover di Sanremo 2026 Sayf con Alex Britti e Mario Biondi, al terzo Arisa con Il Coro Teatro Regio di Parma

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Dopo le prime tre serate dedicate agli inediti dei concorrenti, al festival di Sanremo arriva il momento delle cover. La quarta serata, quella di venerdì 27 febbraio, era dedicata ai duetti: i 30 Big, insieme a ospiti speciali dello spettacolo e della scena musicale, reinterpretano grandi successi del passato, dalle hit italiane ai classici stranieri.

Ditonellapiaga con TonyPitony con ‘The Lady is a Tramp’ vincono la serata cover di Sanremo 2026. A votare nella quarta serata del festival sono state tutte e tre le giurie, ossia Sala Stampa, Web e Tv (peso 33%), Giuria Radio (peso 33%) e Televoto (peso 34%)

Al secondo posto Sayf con Alex Britti e Mario Biondi con ‘Hit the road Jack’, al terzo Arisa con Il Coro Teatro Regio di Parma con ‘Quello che le donne non dicono’

I nostri voti

Elettra Lamborghini con le Las Ketchup – “Aserejé”: voto 5, alla perfomance. 8 al delirio

In tre minuti trasforma l’Ariston in un villaggio turistico con animazione inclusa e teletrasporto diretto nei primi Duemila. Lei si impunta sul ritornello, cannando pure mezzo balletto… e allora? È proprio lì il bello: caciara felice, caos organizzato, tutti a cantare male ma insieme. E va benissimo così.

Eddie Brock con Fabrizio Moro – “Portami via”: voto 6

Bene, ma non benissimo. Il pezzo è intenso e la stima di Eddie per Fabrizio si sente: c’è amicizia, c’è energia, c’è quel mood romano che tiene insieme tutto. Però le imprecisioni sono tante e alla fine più che un momento “wow” resta una prova sincera, ruvida, che si porta a casa senza brillare.

Mara Sattei con Mecna – “L’ultimo bacio”: voto 6-

Arrangiamento grande, di quelli che ti mettono subito nella scena e alzano l’asticella. Però forse non era il brano giusto per loro: l’alchimia sul palco si vede, ma nella resa resta un filo scollegata, più “bella idea” che performance che ti travolge. Insomma: curata, anche elegante, ma non scatta mai davvero.

Patty Pravo con Timofej Andrijashenko – “Ti lascio una canzone”: voto 5.5

L’Ariston applaude (giustamente) la caratura: della canzone e di lei, che resta un nome che fa storia anche solo entrando in scena. Poi però arriva la performance e… vabbè: più omaggio che numero riuscito, più intenzione che risultato. Si guarda con affetto e rispetto, ma musicalmente resta là

Levante con Gaia – “I maschi”: voto 7.5

Energia, grinta e sensualità: due presenze che sul palco funzionano e si vede che si divertono davvero. L’intesa c’è, anche se l’alchimia non è immediata e arriva al massimo proprio nel finale, quando finalmente si incastrano e si lasciano andare. Risultato: bella vibe, buona resa, ma non un momento che spacca tutto. E la Rai le censura pure…

Malika Ayane con Claudio Santamaria – “Mi sei scoppiato dentro il cuore”: voto 6+

La domanda vera è: perché non chiamare un cantante vero? Santamaria è un bravo attore, e si sente che sta “interpretando” anche il canto: legittimo, ma è un altro mestiere. Ne esce un duetto su due piani diversi (lei precisione e controllo, lui presenza e intenzione) che ogni tanto si incontrano e lì funziona, poi però si riallontanano. Peccato, perché l’idea aveva fascino e il brano regge anche solo in virtù della sua forza e al talento di Malika

Bambole di Pezza con Cristina D’Avena – Occhi di gatto: voto 7.5

Una settimana a sentirsi dire “eh ma dov’è il rock?”, “eh ma che band siete?” e poi eccolo lì: il rock l’hanno tirato fuori proprio con Cristina D’Avena su una sigla dei cartoni animati. È la risposta più efficace possibile: intelligente, spavalda e soprattutto suonata davvero, con quell’ironia da schiaffo che zittisce chi pontifica. E poi il paradosso perfetto: metti in mezzo i Led Zeppelin con l’orchestra dell’Ariston e ti ritrovi rock a fiumi, a fiumiiii. A quel punto, davvero: tutti zitti (e buoni).

Dargen D’Amico con Pupo e Fabrizio Bosso – “Su di noi”: sv

Non ho capito cosa ho appena ascoltato e visto e infatti qui il voto non riesce nemmeno a partire. Il messaggio è bellissimo, ma continua a sfuggirmi la connessione con “Su di noi”: sembra più un’operazione concettuale appoggiata su un classico che un duetto nato davvero da quel brano.
Nel mezzo, una certezza: la tromba di Fabrizio Bosso è bellissima come sempre, ed è l’elemento che dà senso musicale a molti momenti. Per il resto, tanto da leggere e da rispettare, ma poco da “sentire” come performance compiuta.

Tommaso Paradiso con gli Stadio – “L’ultima luna”: voto 6,5

Bell’omaggio anche questo al grande Lucio Dalla. C’è la giusta energia e quel filo di caciaroneria quanto basta per renderla viva, con gli Stadio che portano mestiere e solidità. Però non è sempre preciso: qua e là l’esecuzione si sporca e perde fuoco e alla fine resta più atmosfera che interpretazione davvero centrata.

Michele Bravi con Fiorella Mannoia – “Domani è un altro giorno”: voto 8 –

Un omaggio bellissimo a un artista gigantesco. Bravi entra in punta di piedi, con la passione e l’intenzione giuste, senza invadere: si mette al servizio del brano e questo lo premia. Mannoia lo segue con naturalezza, la sintonia è evidente e cresce man mano, fino all’esplosione finale su un arrangiamento davvero sontuoso.

Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & Band – “Vita”: voto 6

Il pezzo parte e già funziona: ha groove, un’idea chiara e una resa immediata, di quelle che ti agganciano senza troppe premesse. Poi entra papà Gianni Morandi a sorpresa e l’Ariston esplode: lì è “vincere facile”, chiamando l’aiuto da casa. Il problema è la tenuta: più va avanti, più la voce del giovane perde compattezza e l’esibizione si sfilaccia un po’, come se l’energia iniziale non bastasse a reggere fino in fondo. Rimane una cosa piacevole e furba, ma non completamente centrata sul piano della performance

Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas – “Il mondo”: voto 6.5

La loro versione di questo capolavoro senza tempo è anche tenera e funziona: intima, garbata, con quella delicatezza che rende speciale l’omaggio. Poi però ti accorgi che c’era pure Brunori e finisce per sembrare terzo incomodo, poco valorizzata dall’impianto dell’arrangiamento e dalla dinamica del trio.

Fulminacci con Francesca Fagnani – “Parole parole”: voto 4


Qua non ci vogliono tante parole: potevano evitare. L’idea di invertirsi le parti strappa un sorriso all’inizio, ma poi smonta completamente il senso del brano e lo lascia “vuoto”, come un gioco riuscito a metà.
E soprattutto: dov’è la tensione? Zero sensualità, zero sintonia, nessun guizzo che tenga insieme ironia e desiderio (che è proprio la benzina di “Parole parole”). Ma che è.

LDA & Aka 7even con Tullio De Piscopo – “Andamento lento”: voto 7-

Energia, sorrisi e un pezzo di storia di Napoli messo lì accanto a due giovani che lo trattano (giustamente) come il Maestro che è. È un passaggio generazionale che funziona: loro portano entusiasmo e presenza, lui porta autorevolezza e groove e la canzone scorre senza sforzo. E poi: 80 anni e non sentirli.

Raf con i The Kolors – “The riddle”: voto 6

Monocorde. Puoi mettere tutto il mondo sul palco a ballare intorno, luci, coreografie, “effetto festa” e chi più ne ha più ne metta, ma se il centro non vibra resta tutto contorno: questa versione è impalpabile.
Raf resta Raf (e il pezzo è un hit), i The Kolors fanno i The Kolors, però non scatta l’incastro: manca il guizzo, manca una dinamica vera, manca un’idea di rilettura che lasci qualcosa. Risultato: si ascolta e ti scivola via.

J-Ax con Ligera County Fam. – “E la vita, la vita”: voto 6-


Super caciare, sguaiatissimi com’è giusto che sia: un numero da bar sport in versione palco grande, con l’energia che punta tutto sul casino organizzato e sulla complicità. Funziona perché non finge di essere altro: è festa, è goliardia. Il problema è che, passata la prima botta, resta lì: la trovata è chiara subito e poi tende a ripetersi, più volume che progressione. J-Ax ci sta a nozze in questo registro, la crew spinge e riempie, ma musicalmente la performance non cresce davvero e alla fine ti rimane addosso più l’atmosfera che un’idea memorabile di rilettura.

Ditonellapiaga con Tony Pitony – “The lady is a tramp”: voto 9

Era il duetto più atteso e infatti non ha deluso: ironici, talentuosi e stellari, con un timing scenico perfetto e quella sicurezza da numero “da varietà” fatto bene. Lei gioca con la voce e con l’attitudine, lui in questo mondo ci va a nozze con la stessa faccia tosta e insieme trasformano il brano in uno show vero, non in una semplice cover. E poi: sul caco, chi sa sa. Genio.

Enrico Nigiotti con Alfa – “En e Xanax”: voto 8

Sorprendente l’alchimia, soprattutto perché parliamo di un pezzo “intoccabile” per molti e quindi ad altissimo rischio effetto-karaoke o sacrilegio. Invece loro ci entrano con il tatto giusto: niente forzature, niente voglia di strafare, solo cura delle intenzioni e rispetto del non detto.
La cosa migliore è proprio l’equilibrio: emozione sì, ma tenuta anche, con quella complicità che rende credibile ogni passaggio e non fa mai sembrare il duetto un’operazione “furba”. Risultato: una rilettura che non cerca di vincere contro l’originale, ma di starci accanto e ci riesce.

Serena Brancale con Gregory Porter e Delia – “Besame mucho”: voto 8

Un grande classico reinterpretato con rispetto, tatto e personalità: non c’è mai la sensazione di “metterci sopra” qualcosa a forza, ma di entrarci dentro con stile. Brancale ci mette corpo e intenzione, Porter porta quella autorevolezza calda che riempie ogni pausa e Delia completa il quadro con eleganza: incastri da professionisti, zero sbavature emotive. E poi sì, va detto: tanto talento e dedizione da non stare nel teatro, figurati su quel palco. Una di quelle esibizioni che sembrano più grandi della cornice, perché non puntano all’effetto ma alla sostanza.

Sayf con Alex Britti e Mario Biondi – “Hit the road Jack”: voto 7,5

Altro grande classico reinterpretato con rispetto e personalità. A leggere i nomi associati ti chiedevi cosa c’entrassero l’uno con l’altro e invece funzionano eccome: la voce vellutata di Biondi, la chitarra di Britti che dà groove e direzione, e Sayf che fa da padrone di casa con naturalezza, senza farsi schiacciare dai “mostri sacri”. E poi c’è quel momento lì, quello che aspettavi: la tromba. Arriva come timbro “narrativo”, non come ornamento, e chiude il cerchio aggiungendo colore e spinta, senza trasformare il pezzo in una jam fine a sé stessa.

Francesco Renga con Giusy Ferreri – “Ragazzo solo, ragazza sola”: voto 4

Già la scelta di interpretare una reinterpretazione (di per sé) non riuscita alla radice è poco saggia. E quando Conti dice “una versione che in molti non conoscono”… ecco, meno male, verrebbe da dire.

Perché non è neanche una questione di “coraggio”: qui manca proprio il motivo per cui questa strada dovrebbe funzionare meglio dell’originale. Ne esce un’esibizione che non accende, non emoziona, non trova una chiave nuova. Non funziona. E se persino l’orchestra non si accende…

Arisa con Il Coro Teatro Regio di Parma – “Quello che le donne non dicono”: voto 8.5

Standing ovation dell’Ariston: qui vale più di mille parole. Arisa la interpreta con una misura che non raffredda, anzi amplifica l’emozione: ogni frase è scolpita, mai urlata “per dimostrare”, sempre per far arrivare il senso. Il Coro del Teatro Regio di Parma non è contorno, è struttura: apre lo spazio, alza la pelle d’oca e trasforma il pezzo in qualcosa di solenne senza renderlo pomposo. Risultato: una di quelle esibizioni che mettono tutti d’accordo, e quando succede capisci perché ci si alza in piedi

Samurai Jay con Belén Rodríguez e Roy Paci – “Baila morena”: voto 6

Divertente, scorre via con leggerezza e ti strappa anche qualche sorriso, ma non va molto oltre: più “momento” che performance che lascia il segno. Roy Paci fa il suo (e quando c’è lui, musicalmente qualcosa succede sempre), Samurai Jay regge l’energia, però l’insieme resta un po’ da varietà.
E sì: Belén c’entra come i cavoli a merenda. Presenza scenica ok, ma artisticamente sembra appoggiata lì per l’effetto-nome, senza un ruolo davvero necessario nella dinamica del pezzo.

Sal Da Vinci con Michele Zarrillo – “Cinque giorni”: voto 7-

Pezzo intramontabile e interpretazione che, nel complesso, funziona: c’è trasporto, c’è mestiere, e la canzone fa il suo lavoro anche da sola. Il neo è la scelta di alzare l’asticella per tutto il brano, come se ogni strofa dovesse “superare” la precedente: così perdi naturalezza e rischi l’effetto gara.
E infatti alla lunga l’ospite finisce per voler strafare: più spinta che sfumature, più potenza che racconto. Risultato buono, ma un po’ meno elegante di quanto potrebbe essere con qualche dinamica in più e meno escalation obbligata.

Fedez & Masini con Stjepan Hauser – Meravigliosa creatura: voto 6+

È un po’ il tema di questa coppia (che qui diventa trio): ci sono momenti in cui “vanno” e altri in cui sembra che stiano facendo tre cose diverse nello stesso tempo. Hauser aggiunge prestigio e colore con il violoncello, ma non basta a creare un filo unico: l’incastro manca, e quando manca su un brano così fisico e drammatico lo senti subito. Alla fine resta un’esibizione a tratti efficace, a tratti slegata: più somma di presenze che vera chimica

Ermal Meta con Dardust – “Golden hour”: voto 7

Lo aveva anticipato: una cover curata nei minimi dettagli insieme a Dardust, e infatti “speciale” lo è stata davvero. Meta gioca con la voce su registri diversi senza perdere il filo emotivo, mentre l’arrangiamento procede per strati, aggiungendo colore e dinamica un passo alla volta invece di puntare tutto sull’effettone.Il risultato è contemporaneo ma non freddo: una rilettura pensata, con un’idea sonora chiara e una costruzione che ti accompagna fino in fondo

Nayt con Joan Thiele – “La canzone dell’amore perduto”: voto 7,5

Una sola parola: delicatezza. È un approccio in punta di piedi, che non prova a “rifare” il brano ma a sfiorarlo: poche forzature, niente melodramma aggiunto, solo intenzione e controllo. Nayt e Joan Thiele si muovono sullo stesso piano emotivo, con una sintonia discreta che cresce senza bisogno di alzare la voce: una di quelle esibizioni che non cercano l’applauso facile, ma restano addosso.

Luchè con Gianluca Grignani – “Falco a metà”: voto 6,5

Versione interessante di un grande pezzo di Grignani, perché prova a spostarlo di linguaggio senza snaturarlo. Luchè contamina con il suo rap e, proprio quando non cerca di “dominare” il brano ma di entrarci dentro, l’operazione funziona: crea un contrasto credibile con la scrittura originale e la rende più attuale. Grignani resta il centro emotivo naturale della canzone, e la sua presenza dà peso e senso al duetto. Ne esce una rilettura riuscita a tratti più per atmosfera e incontro generazionale che per perfezione d’incastro, ma l’idea regge

Chiello con il pianista Saverio Cigarini – Mi sono innamorato di te: voto 7

Si approccia a un brano difficilissimo con il giusto rispetto: timbro fragile, intenzione esposta, zero maschere. Non è una lettura “perfetta” nel senso classico: è una lettura personale, che prova a stare dentro Tenco senza imitarlo

Leo Gassmann con Aiello – “Era già tutto previsto”: voto 5

A momenti fila bene e trovi anche un’idea di intensità “cinematografica” che sul pezzo ci sta. Poi però si scompone: qualche passaggio sembra più spinto che interpretato, e il rischio è quello di confondere la pressione con l’emozione. Urlare non è per forza intensità: qui quando alzano troppo la voce, invece di far salire il pathos, perdono controllo e sfumature































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