Benvenuti nel passato! Sanremo e l’(R)AI… di una volta
In un Paese che vorrebbe guidare l’innovazione, la Rai e TIM mettono in scena a Sanremo un reperto archeologico spacciato per futuro. Benvenuti nel 2023 (anche se siamo nel 2026)
Benvenuti nel passato! Sanremo e l’(R)AI… di una volta
In un Paese che vorrebbe guidare l’innovazione, la Rai e TIM mettono in scena a Sanremo un reperto archeologico spacciato per futuro. Benvenuti nel 2023 (anche se siamo nel 2026)
Benvenuti nel passato! Sanremo e l’(R)AI… di una volta
In un Paese che vorrebbe guidare l’innovazione, la Rai e TIM mettono in scena a Sanremo un reperto archeologico spacciato per futuro. Benvenuti nel 2023 (anche se siamo nel 2026)
Ieri sera, durante la prima serata del Festival, è andato in scena il delitto perfetto contro il progresso. Mentre Carlo Conti guidava il pubblico nel rito collettivo di “Papaveri e papere”, sugli schermi della Rai prendeva vita un incubo digitale: gli spettatori trasformati in creature piumate da un’intelligenza artificiale targata TIM. Il risultato? Un ammasso di pixel deformi, volti sciolti e movimenti scattosi. Una messa in scena che non definiremmo brutta, ma tecnicamente offensiva per chi l’IA la sa usare davvero.
Ricordate Will Smith che mangiava gli spaghetti? Era l’inizio del 2023. Quel video era diventato virale perché mostrava i limiti infantili dell’IA generativa ai suoi albori. Era divertente perché era l’anno zero. Ecco, ieri sera a Sanremo siamo tornati esattamente lì. Solo che il calendario segna fine febbraio 2026.
Vedere una tale sciatteria tecnologica sul palco più costoso, visto e istituzionale d’Italia non è un “problema di gusti”. È l’ennesima prova di un’incompetenza sistemica. Non stiamo parlando di un errore tecnico in diretta o dell’imbarazzante scritta gigante “Repupplica” sul ledwall, ma di un contenuto pensato, prodotto, rivisto e infine approvato. Qualcuno, in una sala riunioni tra Roma e Torino, ha guardato quella demo, ha annuito e ha detto: “Sì, questo ci rappresenta”.
Oggi l’intelligenza artificiale permette di creare mondi, narrazioni e interazioni che lasciano a bocca aperta. Avrebbero potuto usare quella potenza di calcolo per fare storytelling vero, per mostrare al Paese cosa significa davvero abitare il futuro. Invece, hanno scelto la via della macchietta, del filtro da social network venuto male, della tecnologia usata come un giocattolo rotto.
Il problema non è lo strumento, ma la testa di chi lo impugna. Se un’azienda che dovrebbe essere l’ossatura digitale del Paese non distingue un prodotto professionale da un esperimento per dilettanti, il segnale che invia al mercato è devastante. È l’ennesima dimostrazione di una TV pubblica che rincorre la modernità senza fiato, arrivando sempre fuori tempo massimo e con le scarpe sporche di fango.
Non è innovazione. È solo pigrizia intellettuale travestita da progresso. Parafrasando il testo di Dargen D’Amico in gara: “AI! AI!”
di Luca Cavallini
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