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title: Wes Anderson, l’architetto del cinema
description: Wes Anderson è un regista dedito all’architettura. Attraverso i suoi film egli crea un universo riconoscibile fatto di colori vivaci e personaggi grotteschi. Il suo ultimo film sembra toccare l’apice della sua carriera, sacrificando però i personaggi.
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date: 2021-11-23
modified: 2022-06-21
author: Elena Bellanova
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categories: [Recensioni, Spettacoli]
tags: [Arte, Cinema, recensioni]
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# Wes Anderson, l’architetto del cinema

![Wes Anderson, l’architetto del cinema](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2021/11/Evidenza-sito-11-3.png)

Wes Anderson è un regista dedito all’architettura. Attraverso i suoi film egli crea un universo riconoscibile fatto di colori vivaci e personaggi grotteschi. Il suo ultimo film sembra toccare l’apice della sua carriera, sacrificando però i personaggi.

**Wes Anderson è tornato e con sé il suo mondo**** eclettico** che tanto attendevamo.

Perché i suoi film, prima di essere narrazioni, sono **creazioni di realtà parallele**, di mondi ideali ma veritieri, di architetture appositamente ideate per allietare la vista e solleticare l’umore.

 Classe 1969, nato a Houston, in Texas, figlio di un'archeologa e di un pubblicitario, **Anderson comincia il suo percorso come *****architetto di mondi nel cinema***** nel 1996** con un primo cortometraggio in bianco e nero: “Un colpo da dilettanti”, un vero flop. Sarà grazie a **“Rushmore” (1998)**, film che narra le vicende di un quindicenne troppo teso a diventare adulto velocemente, che **il suo stile verrà notato e apprezzato dalla critica e il pubblico** pur non essendo ancora totalmente consolidato.  

 **La successione della sua filmografia è un’evoluzione di consapevolezza**, nella quale cresce ad ogni nuovo film,** la minuzia e la precisione quasi maniacale per i dettagli **che contribuiscono a creare l’immaginario *Andersoniano.*

 Chiunque guardi un suo film non può fare a meno di **desiderare di toccare lo schermo per afferrare gli oggetti da lui concepiti**, spesso realizzati con piccoli plastici o toccare le mura dei palazzi da lui scelti per le riprese, resi vivaci dalla fotografia che lo contraddistingue, caratterizzata **da colori pastello e toni pop**.

 Sarà proprio con **“I Tenenbaum”** che comincerà a costruire quell’**universo irresistibile e vivace**, raccontando le vicende di una famiglia tutt’altro che perfetta in un capolavoro denso di **dettagli e profondità**. Ma ci delizierà con stili lontani in **“Un treno per Darjeeling”**, strizzando l’occhio alle armonie indiane, mixandole con la sua visione.

Fino a “**Grand Budapest Hotel”**, apice della sua visione scenografica e delle famose inquadrature simmetriche, ambientate in un luogo decadente e nostalgico reale (nella cittadina tedesca di Görlitz) ma **totalmente rivisitato**.

 Nel 2015 inoltre, avrà poi la possibilità di portare una parte del suo universo proprio nel mondo reale, **progettando il *****Bar Luce *****presso la Fondazione Prada** di Milano.

 Se il cinema ha la possibilità di immergerci in nuove realtà, forse a volte portandoci a fuggire da quella in cui ci troviamo, Anderson coglie l’opportunità a pieno, **disegnando la sua di realtà**. Rendendola coerente e sempre più viva ad ogni pellicola, che va a consolidare la **struttura di un sistema in cui i personaggi però finiscono per diventare pedine** che animano delle stanze colorate.

 Croce e delizia del suo lavoro è proprio questa, **l’anima dei personaggi**, che **traspare raramente**. Ed è un po’ **ciò che accade nel suo ultimo film: “The French Dispatch”**, film diviso in episodi che illustrano sullo schermo alcuni articoli scritti per una rivista inventata, ispirata al “New Yorker”, in procinto di chiudere per la morte prematura del direttore. 

 **Ambientato nella città immaginaria *****Ennui-sur-Blasé****, p*iù che raccontare una serie di storie, anche intriganti e divertenti, egli **dipinge un’intera città su schermo**. Concependola esattamente come farebbe un architetto, prendendo ispirazione da una città reale (Angoulême, in Francia) e **idealizzandola attraverso la sua progettazione**, definendo nei minimi dettagli gli arredi, i costumi, gli oggetti, le fisionomie grottesche dei personaggi.  

 In realtà **il film sembra più un pretesto per muovere questi esseri che abitano la città,** come lo schermo, **con il semplice scopo di arredare e animare il suo mondo**, che viene reso a tratti **artificioso**, svelando i suoi meccanismi attraverso una recitazione volutamente teatrale e un cambio di scenografie visibile al pubblico.

**Un po’ come nelle opere di [Brecht](https://laragione.eu/life/spettacoli/la-ragione-on-stage/toni-servillo-riporta-il-teatro-sul-grande-schermo/)**, dove i cartelli sfondavano la quarta parete per segnalare la finzione al pubblico, inducendoli ad un’analisi distaccata,** lui segnala che il suo mondo in realtà non esiste**, nemmeno nella dimensione dello schermo, forse disilluso lui stesso dalla **concezione patinata** che lo ha definito in tutti questi anni.

 Purtroppo per lui e anche per noi, il suo lavoro è talmente **perfettamente assemblato **da non riuscire a staccargli gli occhi di dosso, come si farebbe in **contemplazione davanti a un’opera del rinascimento**. Magari dopo un po’ che ci si riempie gli occhi di tanta bellezza serve **prendere le distanze** e tornare al presente, ma che meraviglia!

di* Elena Bellanova*
