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“Yara”, il film di cui non si sentiva la mancanza

In streaming dal 5 novembre sulla piattaforma Netflix, “Yara” è il film che racconta la vicenda della giovane Yara Gambirasio che ha ribaltato il paradigma delle indagini giornalistiche “oltre ogni ragionevole dubbio”.

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Prodotto da Taodue e Netflix, “Yara” è il tentativo di toccare con pudore e delicatezza una vicenda che ha inevitabilmente segnato la cronaca italiana nel profondo, capovolgendo il tradizionale iter di indagini fino a quel momento seguiti dalle forze dell’ordine. Un caso che animò l’opinione pubblica e la stampa, sbattendo in faccia l’insindacabilità della scienza oltre ogni segreto familiare e omertà.

Il mio nome viene dall’arabo e significa piccola farfalla. Devo sempre spiegare ai miei compagni in classe come si scrive correttamente!”.

Inizia così il film che ripercorre la storia della tredicenne Yara Gambirasio, scomparsa il 26 novembre a Brembate di Sopra, piccolo comune della bergamasca, nel breve tragitto di soli 700 metri che percorreva quotidianamente per andare in palestra ad allenarsi per la sua grande passione: la ginnastica ritmica.
Scomparsa nel nulla, in quella nebbia fitta che getta le prime indagini in un tunnel senza uscita. Il corpo senza vita della giovane verrà ritrovato solo il 26 febbraio a Chignolo d’Isola accertando la morte per ipotermia e annullando per sempre le speranze dei genitori Fulvio e Maura.

Nel film si raccontano le pressioni della stampa e dell’intera opinione pubblica su un’altra donna protagonista della vicenda, la pm Letizia Ruggeri, convinta che la risoluzione del caso fosse da ricercarsi nelle tracce biologiche trovate sugli indumenti intimi della tredicenne.  Il Dna di Ignoto1, un assassino senza nome e senza volto.
Il primo gigantesco screening di massa per raccogliere il maggior numero di Dna da confrontare porterà all’identità di Ignoto1: è Massimo Bossetti, muratore di Mapello, nato da una relazione extraconiugale mai svelata dalla madre fino a quel momento, condannato all’ergastolo pur dichiarandosi ancora oggi innocente.

La vicenda di Yara è l’ennesima dimostrazione di come la realtà possa superare di gran lungo la fantasia. C’è di tutto: misteri, segreti, scienza, omertà e, soprattutto, rabbia e dolore.
Tanto se n’è parlato e se ne continuerà a parlare di quello che i sociologi definiscono “pornografia del dolore”, un’ossessione per la cronaca nera che arriva ad abbattere i muri del buon senso e del pudore.
La sociologa Oriana Binik, nel suo libro Quando il crimine è sublime. La fascinazione per la violenza nella società contemporanea, risponde alla domanda sul perché sia così tanto diffuso al giorno d’oggi: In parte perché siamo diventati dei consumatori di sublime, un’emozione intensa e fortemente ambigua, oggi sempre più mercificata. Attraverso l’esperienza del sublime e il senso di spaesamento che l’accompagna, andiamo ossessivamente in cerca di attimi di intensificazione dell’esistenza”.

La morte ed il dolore degli altri diventano la nostra linfa vitale, quindi? “Yara” è di per sé un prodotto delicato, toccato piano dal regista Marco Tullio Giordana; al contempo, è pur sempre merce, prodotto, recitazione costruita su una tragedia che non smetterà mai di esistere. Fa riflettere che quella piccola farfalla amasse la ginnastica ritmica, proprio lo sport che ha come protagoniste le “Farfalle azzurre” che continuavano a palesarsi nel diario di Yara come delle Dee da idolatrare.
Partendo da quei sogni, i genitori della tredicenne, dopo la sua morte, hanno creato l’associazione “La passione di Yara” che aiuta a sostenere le passioni artistiche, sportive e culturali di adolescenti in tutta Italia.

Se onorare la morte è doveroso, celebrare la vita che continua in nuove e meravigliose forme meriterebbe, forse, un pò più di attenzione ed energia.

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