Ziopol e le canzoni della Melevisione: “Scrivere per bambini non vuol dire semplificare. “Spazio tra i generi perché è educativo”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Ziopol, autore delle canzoni della Melevisione, oggi raccolte in un primo disco “Canzoni della Melevisione Volume 1”
Ziopol e le canzoni della Melevisione: “Scrivere per bambini non vuol dire semplificare. “Spazio tra i generi perché è educativo”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Ziopol, autore delle canzoni della Melevisione, oggi raccolte in un primo disco “Canzoni della Melevisione Volume 1”
Ziopol e le canzoni della Melevisione: “Scrivere per bambini non vuol dire semplificare. “Spazio tra i generi perché è educativo”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Ziopol, autore delle canzoni della Melevisione, oggi raccolte in un primo disco “Canzoni della Melevisione Volume 1”
Da inizio novembre è disponibile in digitale “Canzoni della Melevisione Volume 1” (RaiCom), il nuovo album di Ziopol: compositore e musicista eclettico, capace di dare suono e identità a una delle trasmissioni più amate da generazioni di bambini, “La Melevisione”. Il progetto è stato anticipato dal brano “Le mani han cinque dita”, accompagnato anche da un videoclip. L’album è un viaggio tra fiaba, poesia e gioco: canzoni che parlano ai piccoli senza semplificare troppo, con arrangiamenti curati e una libertà stilistica che oggi suona quasi “controcorrente”. Lo abbiamo intervistato partendo dall’inizio: com’è nata questa avventura e cosa significa, davvero, scrivere musica per bambini senza trattarli da “pubblico minore”.
Prima di parlare del disco: sono più o meno vent’anni (21 quest’anno) che sei nel mondo della musica per bambini. Com’è cominciata?
Ho saputo che cercavano… c’era un concorso, insomma. E ho detto: “Ah, perché no?”. Ci ho provato, però non avevo neanche troppa speranza: sai, la Rai, una cosa… chissà. E invece ho fatto due canzoni, ho prodotto due provini e sono piaciuti molto. Con mio grande stupore, ma anche grande gioia, sono stato preso: quindi subito a bordo. Ho iniziato a comporre le musiche per una trasmissione che non conoscevo neanche molto e che aveva le sue logiche, le sue dinamiche.
Ti sei trovato subito “a casa” in un contesto così particolare?
Non era tutto chiaro da subito, ma non è stato difficile. Era una trasmissione che aveva già i suoi 45 anni, era consolidata, con le sue cose, e io dovevo un po’ calarmi dentro. È stato bellissimo.

“Scrivere per bambini” viene spesso raccontato come un lavoro più complesso, quasi pieno di vincoli. Per te com’è?
Io mi sono buttato: mi sono detto “come si scrive per bambini?”. Sono andato avanti con il cuore in mano, come avrei fatto io. E oggi lo dico con più ragion di causa: sono rimasto molto bambino e non ho mai mortificato la mia parte da bambino. Sono giocherellone, curioso, gioco e scherzo: questo stabilisce un contatto con loro, si parla un po’ il loro linguaggio. Però per il resto ho composto esattamente come avrei fatto per degli adulti. Ed è qui che dico: non è poi così difficile, almeno secondo il mio metodo.
Quindi non hai “semplificato” per definizione?
No, perché i bambini sono intelligentissimi. Quando sento tanta musica iper semplificata “per bambini”, come se loro non potessero arrivarci… io questo non l’ho mai pensato. Ho cominciato a scrivere al mio meglio, mettendo in campo tutto quel che piace a me, senza troppe correzioni per il fatto che loro siano bambini. E questa cosa mi ha premiato subito: è piaciuta agli autori, ai registi, alla trasmissione.
Nel disco e anche dal vivo si sente una libertà di generi rara. Da dove viene questa scelta?
A me piace molto spaziare tra i generi. I testi mi offrivano lo spunto per farlo, non in modo gratuito: il genere, il sound, mi venivano suggeriti dal testo. E infatti queste canzoni, che riascolto oggi (sono una cinquantina), mi piacciono ancora tanto. Scrivere per bambini, anziché una limitazione, per me è stata quasi una libertà. Per un pubblico adulto spesso intervengono idee e vincoli: devi scegliere uno stile, un genere, essere identificabile. Invece penso sia educativo far sentire tanti generi: far capire quanto è ampio l’universo musicale.
“Le mani han cinque dita” è il singolo che ha anticipato il progetto. Perché è così rappresentativo?
Quel pezzo è stato il simbolo di questo album. Si parla di mani e io, nel suono, ho cercato di evidenziare il più possibile quello che dice il testo: alla fine è finito per “far suonare” proprio le mani. E così anche per tanti altri brani.
La Melevisione aveva anche regole televisive precise. C’erano paletti, oltre a quelli “artistici”?
Sì, per esempio la durata: le canzoni dovevano durare due minuti e mezzo, poi sono diventati due minuti. Oggi, se scrivo un brano per un mio album, prima lo scrivo e poi guardo la durata: all’epoca invece era un vincolo. Però i paletti non fanno così male alla creatività: ti danno un orientamento.

In altri progetti hai lavorato anche con voci di bambini. Cambia molto?
Lì cantavano bambini: canzoni da un minuto e mezzo. E con i bambini c’è un limite in più: l’estensione vocale è più ristretta, quindi non tutte le melodie che ti vengono in mente possono andare bene; devi comprimere.
Dal tuo racconto emerge una cosa: “accattivante” non significa “baby dance” a tutti i costi
Esatto. I bambini esigono musica fresca, accattivante. Ma accattivante non vuol dire baby dance che martella le orecchie. Io contesto la monotonia di certe trasmissioni che pensano solo a quel genere, come se fosse l’unico. E poi i bambini ti obbligano a togliere la fuffa: certi virtuosismi “per farsi belli” non funzionano. Se non gli piaci, te lo fanno capire subito: se ne vanno. Se invece gli piaci, ti seguono dove vuoi.
Hai spinto molto anche sulla dimensione live: band, strumenti veri, concerto “interamente per loro”
Sì, perché io nasco sul palco. Registrare è una tappa, ma la gioia della musica è suonarla dal vivo. E quando il pubblico sono i bambini, è una grandissima gioia. Noi lasciamo anche strutture un po’ aperte, per far succedere cose che non abbiamo previsto: invogliare i bambini a dire la loro, e da lì nascono spunti nuovi. È una festa.
A proposito di gioco: tu spesso lo leghi al concetto stesso di “suonare”
Ti faccio notare una cosa: in inglese, ma anche in tedesco e in francese, “suonare” e “giocare” sono la stessa parola. La dice lunga: approcciarsi a suonare con lo stesso spirito del gioco non è “infantilismo”, è proprio l’essenza del suonare.
Secondo te i bambini di oggi sono davvero così diversi da quelli di vent’anni fa?
Io non sono un insegnante, quindi non ho il polso quotidiano. Però una cosa epocale c’è: smartphone e Internet. Oggi molti hanno in mano un cellulare connesso già a 4-5 anni, soprattutto se i genitori lo usano per tenerli buoni. Qualcosa cambia. Ma io – forse perché sono un ottimista – i bambini li vedo sempre stupendi. Forse li vedo nelle situazioni migliori, come i concerti. E vedo anche tanti ragazzi fantastic
E sul futuro? Concerti, scuola, nuovi volumi…
Vogliamo moltiplicare i concerti. Sto cercando un’agenzia per farne tanti, anche in posti belli. E ho scoperto una cosa: le scuole. Posso declinare la proposta in modo un pochino più didattico, soffermandomi su suoni e strumenti, giochi ritmici.
di Federico Arduini
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- Tag: musica
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