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Althea Gibson, talento nel tennis e nella lotta al razzismo degli anni cinquanta

Tennista numero uno del ranking mondiale nel 1957 ma, soprattutto, paladina della lotta al razzismo in un’epoca, gli anni ’50, in cui alle persone di colore non era concesso praticamente nulla. Il suo nome era Althea Gibson.

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Althea Gibson fu più di una semplice tennista. Fu più di una campionessa. Fu una paladina della lotta al razzismo, attiva per il riconoscimento dei diritti degli afroamericani in un’epoca – gli anni Cinquanta del XX secolo – nel quale alle persone di colore non era concesso praticamente nulla. Anche nello sport.

Fu un’ex tennista, Alice Marble, la prima a sostenere la sua causa, schierandosi apertamente in pubblico contro il pregiudizio esistente verso le donne, ancor più se di colore, nel mondo del tennis. Da quel momento in poi l’attenzione intorno ad Althea, la promettente ragazza di Harlem, non fa che crescere.

Il 22 agosto 1950 disputa il suo primo campionato da professionista e, poco dopo, entra nei circuiti internazionali, sebbene debba fare i conti con le regole che proibiscono ai neri non solo di usare gli stessi spogliatoi dei bianchi ma addirittura di poter entrare sul terreno dallo stesso ingresso. Ma le politiche segregazioniste non possono influenzare i risultati sul campo.

Althea è uno straordinario talento, che si impone all’attenzione del pubblico contribuendo, con le sue vittorie, a mettere sotto i riflettori il problema della discriminazione razziale. Trionferà nei principali tornei internazionali (da due US Open a Wimbledon) e diverrà numero uno del ranking mondiale nel 1957 ma, più di ogni altra cosa, sarà un simbolo capace di aprire la strada a intere generazioni di atleti di colore, facendo fare al mondo un importante passo verso l’uguaglianza e la parità dei diritti.

 

Di Stefano Faina e Silvio Napolitano

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