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Calcio inglese e Nba sfoltiti dal Covid

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Cresce l’emergenza per la diffusione del contagio tra i giocatori: il conto è salato ma si continua a giocare in Premier League, il torneo europeo più segnato dalla variante Omicron. C’è emergenza anche nella Nba, dove oltre 120 cestisti sono finiti nello Health and Safety Protocol che blocca atleti, allenatori, dirigenti a contatto diretto con positivi.

Calcio inglese e Nba sfoltiti dal Covid

Cresce l’emergenza per la diffusione del contagio tra i giocatori: il conto è salato ma si continua a giocare in Premier League, il torneo europeo più segnato dalla variante Omicron. C’è emergenza anche nella Nba, dove oltre 120 cestisti sono finiti nello Health and Safety Protocol che blocca atleti, allenatori, dirigenti a contatto diretto con positivi.
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Calcio inglese e Nba sfoltiti dal Covid

Cresce l’emergenza per la diffusione del contagio tra i giocatori: il conto è salato ma si continua a giocare in Premier League, il torneo europeo più segnato dalla variante Omicron. C’è emergenza anche nella Nba, dove oltre 120 cestisti sono finiti nello Health and Safety Protocol che blocca atleti, allenatori, dirigenti a contatto diretto con positivi.
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Partite rinviate in serie, dimezzato il programma di Santo Stefano così caro agli inglesi, 103 tra calciatori e membri degli staff tecnici in quarantena. Il conto è salato ma si continua a giocare in Premier League, il torneo europeo più segnato dalla variante Omicron. Le squadre sono in emergenza, sebbene la dirigenza della Football Association abbia rivisto il protocollo Covid, con gli atleti liberi dopo sette giorni (erano dieci) se i tamponi degli ultimi due giorni di clausura forzata sono negativi. Solo un palliativo, tra gli addetti ai lavori cresce la tensione per l’assenza di una strategia definita.

È stata un fiasco la riunione, via Zoom, tra i manager dei club di Premier con la federazione per una pausa forzata del torneo, da portare avanti sino a metà gennaio.

Che era poi l’ipotesi di una decina di giorni fa (e mai decaduta) del governo Johnson, qualora la forza di Omicron non cominciasse a scemare a breve. Il tecnico del Chelsea Thomas Tuchel, si è detto spaventato per la salute degli atleti da poco usciti dal Covid-19 e subito spediti in campo. Pep Guardiola ha invece puntato il dito anche sulla cattiva condotta dei tifosi sugli spalti, che non indosserebbero la mascherina. Per ora la federazione inglese non ha ceduto: nessuna intenzione di fermare la Premier, zero sconti al virus. Soprattutto, c’è il timore di patire ulteriori danni economici a causa della pandemia (un miliardo di euro perduti in due anni di restrizioni), tra biglietti per le partite e incassi dalle tv. Ma il pericolo delle partite a porte chiuse, come avviene in Bundesliga da ieri, è dietro l’angolo.

Fino al 2 gennaio ci sono altri due turni di Premier, con un paio di partite di cartello e forse i bookmaker arriveranno a raccogliere scommesse sul numero di partite rinviate.

Ma Omicron colpisce ovunque: dall’altro lato dell’Atlantico c’è emergenza anche nella Nba. Partite posticipate, oltre 120 cestisti sono finiti nello Health and Safety Protocol che blocca atleti, allenatori, dirigenti a contatto diretto con positivi. Anche in questo caso è stata ridotta la quarantena (da dieci a sei giorni, con doppio test negativo 24 ore prima di riprendere a giocare) ma ci sono squadre con organici più che dimezzati. Al punto che la Nba consente di sostituire gli assenti per Covid-19 ingaggiando atleti per dieci giorni. Sotto contratto stanno finendo giocatori fuori forma, sovrappeso, ritirati da anni. I Boston Celtics hanno richiamato Joe Johnson, ex stella della Lega ma che aveva smesso con il basket nel 2018.   Di Nicola Sellitti

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