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Calciomercato, riapre cercando riparazioni

Al via il calciomercato invernale, una giostra dei tempi moderni dell’usa e getta. Un pizzico di nostalgia c’è, ripensando al calciomercato autunnale, quando ancora si poteva riparare agli errori estivi, una fiera paesana con meno lustrini ma più sentimento e fantasia

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Gennaio è arrivato, portando con sé anche la tradizionale finestra di calciomercato. Una trentina di giorni, festività comprese. Voci, rumor e spifferi di ogni genere. Appostamenti segreti, informatori scelti, doppiogiochisti del pallone e chissà se anche questa volta il Genoa orfano di Preziosi batterà ogni record in fatto di trattative concluse, fra import ed export. Gireranno soldi veri o criptovalute? Chi lo sa. Meglio non toccare l’argomento, nervo scopertissimo di un sistema finito nell’occhio del ciclone, senza le ballerine di flamenco ad allietarci la vista e a darci un valido motivo di distrazione (Pieraccioni docet).

Un mese di numeri, anticipazioni, messaggi WhatsApp cifrati e gole profonde. Ma soprattutto, il clamoroso ed esclusivo svelamento dei menù dei principali ristoranti sedi delle trattative, con tanto di lista delle portate servite al tavolo dei commensali, amari e caffè a parte. Quei ristoranti che fanno da sfondo ai collegamenti quotidiani con gli inviati delle tv nostrane – con raccomandazione all’outfit del corrispondente, specie se l’inquadratura è larga. Un teatrino, con tutto quel che ne segue e consegue: con acquisti dati per certi e poi sfumati nel breve volgere di un’ora per un’altalena di sentimenti a cui, va detto, da tempo ci ha abituato il Var. Con esultanze ricacciate in gola per un mani della mezzala commesso un mese prima mentre giocava con il figlioletto al parco e folle corsa ad alto tasso emozionale sotto la curva del mister neutralizzata dalla geometria assiale che mette in fuorigioco il naso camuso del centravanti finito per le terre.

Un teatrino, si diceva. Una pioggia di nomi spesso esotici, molto spesso sconosciuti ai più, ma ci si crede per fede. Formule contrattuali cervellotiche, con equazioni di secondo grado, e calcoli attuariali; premi a vincere, ma anche a pareggiare; benefit di ogni tipo e sconti in fattura; diritti di ricompra (ohibò) e rovesci di pioggia sul resto della penisola. Una fiera. Una giostra dei tempi moderni dell’usa e getta. Un albergo con le porte girevoli, dove tutti in teoria possono entrare e uscire. Non solo il giocatore ai margini della rosa (rectius, del progetto) che giustamente confida nel cambio aria, ma anche l’uomo simbolo, il capitano, il bomber incedibile. Per scelte di vita che lo possono condurre all’estero (e ci sta) ma anche in una qualunque altra squadra dello stesso campionato, con l’inconveniente di incontrare i suoi ex compagni già la domenica successiva alla firma del contratto – non senza il fastidio di doversi cambiare ancora nel vecchio spogliatoio perché non è riuscito a svuotare il suo armadietto per tempo.

Oggi è così. Ma una volta, quando i mulini erano bianchi, c’è stato altro: il cosiddetto “mercato autunnale”. Per una quindicina di giorni, a cavallo tra ottobre e novembre, riaprivano le liste dei trasferimenti dopo la grande illusione estiva. Era quella l’unica occasione che le società avevano per dare un’aggiustatina alla rosa. Ma attenzione, se qualcuno aveva già giocato, non poteva essere trasferito nella stessa categoria. Bastava anche solo un minuto per mettere fuori mercato il pupillo del mister sul quale si erano abbattuti gli occhi avidi del presidente. Era chiamato, romanticamente, mercato di riparazione. Perché qualcuno in estate di sicuro qualche errore lo aveva commesso tra giovani inesplosi e bidoni ben camuffati. Una fiera paesana, panini al salame e vino rosso, per un “Compro, baratto e vendo” con meno lustrini, ma con più sentimento e fantasia.

 

di Nicola Calzaretta

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