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C’era una volta il Chievo e risorge dalle sue stesse ceneri

Il Chievo Verona riparte da Sergio Pellissier, bomber, bandiera e anima della storia clivense. Una rinascita carica di valore per chi crede ancora nel calcio romantico.

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Sarà una banale questione di vocazione minoritaria. Sarà perché avessi frequentato il Fantacalcio nella mia squadra lo avrei schierato sempre. Sarà per la voglia di aggiungermi al coro di quelli che nel calcio romantico credono ancora. Di motivi per raccontare Sergio Pellissier, primo cittadino di Chievo, ce ne sono almeno trentuno.

Non ha fatto ‘solo’ il calciatore, ha giocato a pallone. Che solo in apparenza è la stessa cosa. Non era un divo, però divorava: il pallone, gli attimi, lo spazio. I suoi tagli spiazzavano come squarci su tela. Ci ha messo un po’ a farsi capire, qualcuno ancora latita. In Serie A di gol ne ha fatti più di Pierino Prati, per avere una proporzione, e ha messo piede in campo le stesse volte di Daniele De Rossi. Non tutti ai numeri sanno dare il valore corretto.

Poi c’è il cuore, che conta più di tutto. Così, dopo le vicende che hanno portato all’esclusione del Chievo Verona dal campionato di B, Pellissier – già fuori dai quadri societari – si è caricato la questione sulle spalle. Proprio come faceva quando era capitano. È grazie alla sua tigna, metà valdostana e metà sarda, se il borgo del miracolo (ricordate la scalata di Delneri?) continua ad avere una squadra nella quale identificarsi.

Si chiama Fc Clivense, ha appena cominciato a bazzicare la Terza Categoria, il suo stadio è piccolo piccolo ma pieno pieno e la sua divisa è bianca e blu. Come il Chievo dei pionieri ma anche come il Fénis, la squadretta che Sergio frequentava quando era grande come un pulcino. Spesso bagnato, perché giocare in Valle d’Aosta significava infradiciarsi. Che suona come un verbo brutto ma rende bene l’idea. Dalle prime panchine perché troppo piccolo, alle ultime perché troppo vecchio.

Nel percorso del 31 ci sono un sacco di cose: l’esordio di fronte al suo idolo Baggio, come staccare un poster e giocarci contro, il gol in azzurro contro l’Irlanda del Nord, la tripletta a Buffon nello stadio della Juve. Cosa che nella storia ha fatto solo lui. Un caro amico che ha avuto la pazienza di leggere le mie pagine, mi ha detto che questo libro è la Lonely Planet che serve per viaggiare nel mondo di Pellissier.

Lo stesso di Gigi Riva, per gli aspetti legati alla fedeltà, oppure di Francesco Totti, fatte le dovute proporzioni. Tutti prodotti a lunghissima scadenza. Il giorno dell’ultima partita giocata a Verona svettava uno striscione meraviglioso: “Racconterò a mio figlio del trentuno”. Giusto. Perché le leggende devono essere tramandate da una generazione all’altra. È il loro senso. Ho raccolto l’assist e ho scritto la storia di SP, con delicatezza. Come si deve fare con le vite degli altri. L’ho fatto soprattutto per i più piccoli, che di messaggi positivi dovrebbero nutrirsi.

Riguardare i gol di Pellissier insegna a crederci sempre, oltre qualsiasi novantesimo. E sporcarsi di terra. Se i pantaloncini si lavano, i rimpianti mica tanto. Esiste un futuro per le cose che sembrano passate, l’ho capito incontrando Pellissier e ascoltando i suoi racconti vintage.

di Matteo Renzoni

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