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Duello epico

Il duello di ieri tra Hamilton e Verstappen nel GP dell’Arabia Saudita non è stato solo tecnico, ma anche di approccio alla vita e alla professione.

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Proviamo a spiegare perché il duello fra Lewis Hamilton e Max Verstappen è molto più che una grande rivalità in Formula 1. Oltre la spettacolarità della battaglia, che non di rado ha superato qualsiasi ‘gentlemen agreement’ che dovrebbe regolare i rapporti fra campioni, il prolungato faccia a faccia fra il britannico e l’olandese è il naturale sbocco di una diversità conclamata di approccio alla professione e alla vita (per quanto si possa giudicare dall’esterno).

Lewis Hamilton ha dominato l’ultimo decennio della Formula 1 imponendosi come il pilota più vincente di sempre. Sono i numeri a parlare per lui: sette titoli mondiali come sua maestà Schumacher e 103 Gran Premi vinti.
Oltre questo, già sufficiente di suo, non si deve mai dimenticare come Lewis sia emerso in un mondo altamente competitivo e che un ragazzo di colore ad alto livello non l’aveva mai visto.

Senza alimentare alcuna rabbia distruttiva, il campione del mondo ha così vissuto la propria maturazione di pilota e di uomo sentendo la naturale necessità di assumersi delle responsabilità che andassero oltre l’abitacolo della sua freccia d’argento. Per esempio, colorandola di nero l’anno scorso, volendo dare un segno tangibile della propria adesione al movimento Black Lives Matter.

Non è facciata, perché Hamilton è uno di quei rari fuoriclasse dello sport capaci di non vivere la realtà che li circonda soffocati dall’ipocrisia della frase: “io guido, gioco a pallone, tennis, basket“ e così via. Hamilton parla e non parla mai a caso di libertà, democrazia, diritti civili.

Max Verstappen, da parte sua, ha una storia familiare completamente differente, è cresciuto immerso nei motori ed è stato programmato dal padre – ex pilota di Formula 1, ma dal talento immensamente inferiore – come futuro campione. Il rapporto fra i due, sempre dall’esterno, ricorda molto quello narrato da Andre Agassi con il papà e non è un complimento. Max è un fuoriclasse nato e non ci sembra azzardato aggiungere potenzialmente superiore allo stesso Lewis.

Il punto è un altro: per ora, è esattamente e solo quello. Non gli si può chiedere molto di più, è solo un ragazzino, ma la sensazione è che non sia solo una questione di età, ma di formazione, educazione e interessi.

Lo stesso stile di guida di Max, aggressivo sino alla prepotenza e all’indifferenza assoluta nei confronti di avversari giudicati al più fastidiose chicane mobili, è lo specchio di un carattere forgiato con l’ossessione della vittoria a tutti i costi. Domenica, i due si giocheranno un esaltante mondiale partendo a pari punti nell’ultima gara, una cosa che accade in media una volta ogni quarant’anni. Chiunque vinca dei due lo avrà fatto con merito, ma sarebbe ipocrita da parte di chi scrive non aggiungere di fare il tifo per Lewis. Per quanto appena ricordato e perché l’inglese è nella scia dei miti.

Max dovrà decidere se accontentarsi di essere il piano di suo padre o lasciare un segno come l’avversario che tanto detesta. 

di Fulvio Giuliani

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