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Il bando di Wimbledon e gli ignavi del tennis

Mentre il mondo del tennis prende posizione in merito al conflitto russo-ucraino, escludendo i tennisti russi e bielorussi dal torneo di Wimbledon, non sembrano fare lo stesso gli atleti, preferendo farsi i fatti propri piuttosto che farsi coraggio.

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L’esclusione dei tennisti russi e bielorussi dal torneo di Wimbledon, a cominciare dai due top ten Medvedev e Rublev, è una decisione amara e ampiamente controversa.

Il mondo dello sport si è mosso con lodevole velocità, per dare una serie di segnali di condanna inequivocabili della guerra di aggressione scatenata da Vladimir Putin contro l’Ucraina. Dal calcio al basket, dalla Formula 1 all’atletica e al tennis la Russia è stata di fatto espulsa dal consesso internazionale dello sport. Come sacrosanto.

Ai singoli atleti viene consentito di continuare la propria attività, senza inno e bandiera. Una formula di compromesso vecchia come le sanzioni di carattere sportivo e che noi italiani conosciamo molto bene dai tempi del boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca 1980, alle quali gli Azzurri parteciparono sotto il vessillo del Coni e non del tricolore.

Sbattere fuori dal tempio del tennis mondiale in base a due passaporti è una scelta molto criticabile, oltreché palesemente influenzata dalle pressioni del governo di Boris Johnson. Non vale nulla, ma noi non l’avremmo fatto, mantenendo le regole imposte in tutti gli altri tornei e quindi la cancellazione della Russia, ma non della partecipazione dei singoli tennisti.

Eppure, mentre ancora una volta da questa parte del mondo si ragiona di diritti violati e costi fatti pagare a chi non ha alcuna responsabilità diretta, non possiamo non notare come molti di questi stessi atleti abbiano deciso di fare il pesce nel barile. Senza appoggiare, ma senza condannare e neppure riuscire a trovare delle parole di empatia per il popolo ucraino, costretto a indicibili sofferenze dal capo del proprio Paese. Sia chiaro, non è obbligatorio farlo e tantomeno ipocritamente o – peggio – fingendo, però è un fatto: le pubbliche dissociazioni dalla folle politica di Putin si contano sulle dita di un paio di mani.

Per troppi risulta immensamente più comodo farsi gli affari propri, curare le lucrosissime carriere e fregarsene della guerra e dei civili martirizzati.

Questo è un fatto, come lo è la criticabilissima decisione di Wimbledon. Non riusciamo, però, a indignarci, senza restare prima delusi dalla mancanza di coraggio e spina dorsale di tanti.

di Fulvio Giuliani

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