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La marcia verso la gloria è fatica e sudore. Il premio, trovare sé stessi

L’olimpionico Massimo Stano nostro ospite a Venezia

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«Quest’anno ho deciso di andare a Olimpia, per respirare l’aria di quel luogo leggendario. Nell’anno delle Olimpiadi di Tokyo. Direi che mi hai ispirato proprio bene…». Massimo Stano, olimpionico della 20 km di marcia, ha ancora gli occhi lucidi a ricordare le folli emozioni di questa incredibile estate. «In quei pugni stretti all’inverosimile, subito dopo aver tagliato il traguardo della gara di Sapporo, c’erano tutti i sacrifici, i sogni, le delusioni, ma anche la grande convinzione di aver fatto bene a dedicare la mia vita allo sport».

Massimo è un “ragazzo di Calabria“ (citazione voluta), semplice e ancora in parte incredulo di tutto ciò che gli è capitato. «Che vuoi che ti dica, vengo da una piccola realtà dove mi capitava di essere preso in giro durante gli allenamenti, quando ero ragazzino, per il movimento delle anche che impone la marcia. Non mi arrabbio, ripensandoci. Era solo ignoranza. E l’ignoranza la si combatte avvicinando i ragazzi allo sport e, perché no, proprio alla marcia».

La medaglia d’oro alle Olimpiadi ti proietta in una dimensione parallela, rispetto a tutto ciò che hai vissuto sino al giorno prima. Ci vuole tempo per prendere confidenza con la nuova realtà. Ancor di più se nella vita fai il marciatore, sei un atleta di fatica pura, lontano mille chilometri da riflettori, attenzione dei media, popolarità. A meno che tu non vinca l’oro alle Olimpiadi.

«Il giorno della gara mi sono svegliato tranquillissimo. Ero sereno, concentrato, consapevole di essere il più forte. Anzi – confessa guardandoti negli occhi, con quella sua espressione un po’ così – io lo dicevo di essere il più forte del mondo, ma non mi ascoltava nessuno. Del resto non mi hanno neppure fatto fare la conferenza stampa prima della gara e all’antidoping non mi hanno filato, tanto ero considerato… Poi, dopo il trionfo, si è scatenato l’inferno».

Stano è così, di una semplicità che paradossalmente quasi intimidisce l’interlocutore. È uno dei tanti simboli degli sport di fatica, che ricordiamo in media una volta ogni quattro anni, quando va bene. Non se la prende e il motivo è semplice: «Io amo fare fatica, adoro provare quella sensazione di limite che si sposta sempre un po’ più in là. Forse per questo sono così forte e sono diventato un marciatore capace di vincere le Olimpiadi. Mi piace scoprire fino a dove posso spingermi e so di poter migliorare ancora».

Al suo fianco, sul palco dello spazio della Fondazione Ente dello spettacolo all’Excelsior – che ospita gli eventi de “La Ragione” alla Mostra del cinema di Venezia – il quattrocentista Davide Re, finalista con la 4×400 a Tokyo. Lui, uno dei 10 più forti al mondo nella specialità, non ha dubbi: «Con Massimo a un metro, capisci quanto non sia fondamentale essere sempre il più forte, ma esserlo quando conta. E questo è un esercizio solo mentale. Si può essere tecnicamente dei fenomeni, ma ormai a certi livelli le differenze sono minime è l’elemento decisivo è sempre la testa».

Davide, ogni tanto, sembra quasi lanciare uno sguardo di sottecchi all’olimpionico al suo fianco. Ammirazione, come qualsiasi essere altro umano per un campione del genere, ma per un grande atleta c’è dell’altro: la voglia di provare quelle stesse emozioni che la medaglia d’oro ha appena finito di raccontare.

Colmare la distanza, apparentemente minima per noi comuni mortali – parliamo di mezzo secondo – fra l’essere uno sprinter di livello olimpico e un grande campione. Lo sport insegna che si può fare e che non ci sono scorciatoie. Che la fatica amata da Stano è la chiave.

L’abbiamo vista da vicino, la medaglia d’oro di Massimo. Mette soggezione, commuove e insegna, se si ha voglia di pensare a cosa ci sia dietro. Forza Davide, non resta che togliere il mezzo secondo e sentire l’effetto che fa l’inno di Mameli in uno stadio. Suonato per te.

 

di Diego de la Vega

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