L’Arabia Saudita si mangerà il calcio?
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Giovani ultramiliardari si aggirano fra i fantasmi dei grandi campioni che furono. La vita, l’emozione reale di un goal storico si può ricreare in provetta?
L’Arabia Saudita si mangerà il calcio?
Giovani ultramiliardari si aggirano fra i fantasmi dei grandi campioni che furono. La vita, l’emozione reale di un goal storico si può ricreare in provetta?
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L’Arabia Saudita si mangerà il calcio?
Giovani ultramiliardari si aggirano fra i fantasmi dei grandi campioni che furono. La vita, l’emozione reale di un goal storico si può ricreare in provetta?
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AUTORE: Fulvio Giuliani
Le follie pallonare degli arabi – intesi come Arabia Saudita – ormai non fanno più notizia. Meglio, non sorprendono più. L’ultima è quella rilanciata ieri dal quotidiano sportivo francese L’Equipe, secondo il quale il Napoli avrebbe rifiutato per due volte un’offerta da 140 milioni di euro per l’attaccante nigeriano Victor Osimhen. A quest’ultimo, sarebbe stato riservato un modesto stipendio di 40 milioni di euro annui.
Francamente è difficile dire come possa andare a finire. Il Napoli, pur sforzandosi oltre ogni limite, non potrà mai eccedere i 6-7 milioni di ingaggio annui, cifre spazzate via della Nouvelle Vague dei petrodollari. Vale per lui, come per gli ormai tanti che hanno accettato le corti miliardarie dell’Arabia, ma anche i non pochi che hanno trovato la forza di dire di No. A cominciare dal più forte giocatore al mondo, il francese Kylian Mbappé, che vuole (vorrebbe) solo il Real Madrid e non ci pensa proprio di andare a svernare nell’inconsistente campionato dell’Arabia Saudita. Checché ne dica Cristiano Ronaldo. Ecco, quando si prova a comprendere quale possa essere lo sbocco ultimo di questa ondata di offerte inconcepibili, bisognerebbe trovare la forza di appigliarsi almeno per un istante alla storia e alle tradizioni.
Gli arabi non sono i primi a tentare questo giochino: toccò ai cinesi, la cui “stagione d’oro“ durò pochissimo, prima che sua maestà Xi dicesse basta. In forme ovviamente molto diverse, anche la tanto vituperata Serie A e naturalmente gli inglesi con la Premier League hanno fatto man bassa di calciatori in un passato più o meno recente. La differenza fondamentale è che qualsiasi realtà dominante incontrata nella storia del pallone affondava le proprie radici in un contesto storico-culturale in cui il calcio è parte del sentire comune. Delle stesse società di cui i campionati sono espressione.
Non è solo romanticismo, ma per la prima volta nella storia (con la parziale eccezione dei cinesi), in Arabia Saudita si sta provando a creare in laboratorio – a “freddo“ – una storia, un’emozione e una tradizione. Qui i pareri si divaricano: c’è chi pensa che la forza bruta dei soldi potrà tutto e chi, noi fra questi ma la cosa conta meno di zero, continua a credere che senza un background, una tradizione, la memoria dei nonni che portarono i nipotini sulle scalee del Santiago Bernabeu o del Meazza, questo gioco non potrà stare in piedi. Il cimitero degli elefanti potrà anche essere lastricato di placche di platino, ma pur sempre cimitero degli elefanti resterà. Con dei giovani virgulti strapagati e ultramiliardari ad aggirarsi fra i fantasmi dei grandi campioni che furono. La vita, l’emozione reale di un goal storico si può ricreare in provetta?
Noi crediamo di no, ma le certezze stanno (quasi) a zero. Anche Victor Osimhen ci aiuterà a capire, scegliendo fra l’Arabia, il Paris Saint-Germain – i soldi sempre da quell’area arrivano, ma volete mettere – o persino il piccolo Napoli.
Di Fulvio Giuliani
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