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title: “L’Italia che ci piace”, Sinner incontra Meloni
description: "Si è tenuto oggi a Palazzo Chigi l'incontro blindatissimo tra il campione Jannik Sinner e il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni."
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date: 2024-01-30
modified: 2024-01-31
author: Claudia Burgio
url: https://laragione.eu/life/sport/litalia-che-ci-piace-sinner-incontra-meloni/
categories: [Sport]
tags: [Italia, sport, Tennis, viral]
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# “L’Italia che ci piace”, Sinner incontra Meloni

![Sinner incontra Meloni](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/01/Sinner-incontra-Meloni.png)

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2024-01-29 07:31:05

2024-01-29 06:31:05

Nel mondo di Jannik Sinner, si gioca a tennis e a quei livelli non c’è spazio per nient’altro, come per Djokovic e Nadal

Nel mondo di Jannik Sinner è già cominciata la sacrosanta difesa da chi vorrebbe distruggere il carro salendoci in massa. Nel mondo di Sinner si sa benissimo che ieri mattina alle 11:30, sotto di due set a zero nella finale degli Australian Open, c’era già chi - non pochi - mormorava di delusione o molto peggio. Un’ansia di giudizio e un metodo frettoloso che in Italia conosciamo molto bene: quello che ti porta agli altari e ti consegna alla polvere con la stessa indifferenza alla sostanza.

Nel mondo di Sinner, si gioca a tennis e a quei livelli non c’è spazio per nient’altro, un’ossessione che ricorda molto da vicino quella dei fenomeni che hanno segnato la storia degli ultimi decenni di questo sport: Nole Djokovic e Rafa Nadal. Non a caso, pronti a celebrare con parole sentite e di valore la vittoria dell’azzurro ieri a Melbourne. Frasi non scontate, non dovute, da pari a pari: a un tempo riconoscimento, consacrazione e promessa di future sfide e qualche dolorosa rivincita. Dal punto di vista del numero uno serbo, tanto per cominciare, che non deve avere apprezzato molto le recenti sconfitte contro questo predestinato 22 enne.

Nel mondo di Jannik Sinner, il Festival di Sanremo ha un valore molto relativo, quella di una battuta sull’incapacità nel canto e nel ballo. Tanto per mettere in chiaro che non potrà certo essere un grande tema delle prossime settimane. Di lavoro. Nel mondo di Sinner ci sono parole dolcissime per mamma e papà, di ringraziamento profondo oltre che di amore, per la libertà concessa sin dalla più tenera età, libertà che è costata vedere un figlio andar via di casa a 13 anni per inseguire un sogno e una scommessa. Scelta che oggi può apparire scontata, vedendolo con il trofeo degli Australian Open fra le braccia, ma che neppure due lustri fa significava consegnare un ragazzino a una vita di rinunce e sacrifici in cambio di un enorme punto interrogativo. Perché lo sport agonistico è innanzitutto questo, ben prima che qualcuno si accorga di te e comincino ad arrivare attenzioni, notorietà e qualche guadagno.

Visto da fuori, il mondo di Sinner oggi è una specie di Paese di bengodi, in cui si passa il tempo a calcolare i guadagni dei ricchissimi premi del circuito e degli sponsor che fanno la fila: soldi strameritati e sacrosanti che non costituiranno mai la molla di gente come i fenomeni a cui abbiamo fatto cenno. Campioni mossi da una volontà di affermazione sovrumana che travalica qualsiasi aspetto materiale. Gente che vuole fare “la storia” del proprio mondo, in cui i soldi sono una logica conseguenza, una ricompensa di sacrifici che il pubblico spesso dimentica o non riesce a considerare nella loro reale dimensione.

Un po’ fa sorridere - per questo - la maniacale fissazione di tanti del dover fare i conti in tasca ai campioni, atteggiamento voyeuristico e provinciale, quando dietro ogni singolo “quindici” c’è tanto lavoro che pochissimi ricordano e in troppi dimenticano.

di Fulvio Giuliani

Il mondo di Jannik Sinner

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2024-01-29 16:35:06

2024-01-29 15:35:06

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2024-01-28 20:41:32

2024-01-28 19:41:32

Il ringraziamento inviato da Jannik Sinner ai suoi genitori dal palco alla premiazione dell'Australian Open è tutt'altro che scontato

Pare un discorso molto “italiano” il ringraziamento inviato da Jannik Sinner ai suoi genitori dal palco della premiazione dell’Australian Open. E invece è meno scontato di quello che si possa pensare. anzi, è un monito fornito alla classe dei genitori, alle prese sempre con il lavoro più complesso e delicato, ossia il percorso di accompagnamento dei figli. Soprattutto se l’accompagnamento è nello sport, sempre più verticale, competitivo, tra sogni di gloria (e di guadagni) e di pressioni messe sulle spalle dei ragazzi, iper compressi ancora prima di intravedere una porticina che conduce all’agonismo, al successo, ai premi, alla notorietà.

Jannik Sinner era un talento dello sci italiano. Cresciuto sulle Dolomiti, a un passo dalle Tre Cime di Lavaredo, a San Candido, Sesto Pusteria, a un passo dall’Austria. Papà cuoco (ora è il suo cuoco ufficiale), mamma cameriera, è iniziato allo sci a quattro anni. A otto anni vince le prime gare sugli scarponi, a 12 anni era campione italiano di slalom gigante nella sua categoria. Un predestinato, insomma, nella terra di miti della neve come Isolde Kostner, Armin Zoeggeler.

Era più forte tra i paletti che con la racchetta. Poi a poco più di 12 anni si è allontanato da casa, 700 km in auto verso Bordighera, dove sarebbe stato preso in consegna da Riccardo Piatti, uno dei migliori insegnanti di tennis a livello mondiale. La leggenda - ma è da confermare - vuole che Jannik si sia congedato da mamma e papà con una semplice stretta di mano, alla volta della scuola del maestro Piatti, il suo mentore, prima della coppia Vagnozzi-Cahill che l’ha condotto alla grandezza.

Chiunque avrebbe dubitato, forse gli stessi genitori di Sinner sono stati avvolti dai dubbi sulla scelta del ragazzo, che invece da Melbourne - una volta vinto il suo primo torneo del Grand Slam - ha sottolineato la libertà di scelta che gli è stata concessa, anche la possibilità di “bucare” quella scelta, come molte volte avviene nella vita di tutti i giorni, a qualunque età. Jannik li ha ringraziati pubblicamente, augurando a chiunque di avere genitori come i suoi.

Insomma, scegliere, mettersi alla prova, sbagliare e imparare dagli sbagli. Ora, partendo dall’assunto, anche ovvio, che non tutti hanno il talento a disposizione di Jannik Sinner - uno di quelli che passa una volta ogni 20 anni, almeno -, basta compiere un giretto sui campetti di calcio, già dai 5-6 anni, per intercettare genitori che spingono ossessivamente i figli, li caricano di aspettative e consigli, discutono con gli allenatori sui metodi di allenamento. E scavalcando nel professionismo, quanti talenti si sono perduti per il peso esercitato dai genitori, soprattutto se allenatori o improvvisati manager.

L’elenco è infinito e si aggiorna a tempi record, perché i soldi fanno gola e la fama di notorietà forse anche di più. Per questo, anche per questo, la storia di Jannik Sinner è merce davvero rara.

di Nicola Sellitti

Sinner: "Auguro a tutti genitori come i miei"

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2024-01-29 07:36:07

2024-01-29 06:36:07

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2024-01-28 15:13:03

2024-01-28 14:13:03

All'inizio del terzo set, Jannik Sinner esclama "Sono morto" prima di stravincere. L'iconica immagine di lui steso a terra è già storia

Sotto di due set e sul 4-4 pari del terzo, Jannik Sinner esclama “Sono morto”. Prende un asciugamano, è madido di sudore, testa e gambe non sembrano in sintonia. Quella dichiarazione assume i contorni di una disfatta. Poi ritorna in campo, fa impazzire Daniil Medvedev e i nostri occhi che zampillano a destra e sinistra su quella pallina. Infine, stravince.

La fotografia di lui steso su quel campo blu è già storia, icona di un momento sacrale che è arrivato a tutti, anche e soprattutto chi ha scoperto oggi le rigide e sfiancanti regole del tennis.

Il motivo è semplice: Jannik Sinner è un portento raro ma anche la rappresentazione di quello che vogliamo dallo sport e dalla vita. Ci riflettiamo in quell’immagine di lui a terra nella posizione a stella che simbolicamente rimanda alla crocifissione. Gli occhi chiusi e un accenno di sorriso devastato dalla stanchezza, ci induce a tentare di cogliere cosa possa passare nella mente di un uomo quando raggiunge l’obiettivo che gli ha tolto il sonno per mesi.

L’impresa è eccezionale e vale la pena cogliere l’occasione di non infarcire questi attimi di moralità spicciola: non siamo tutti la valentia, la grazia, la bravura di Jannik Sinner e quindi, spesso, falliremo. Non c’è posto per tutti nell’Olimpo dei migliori e ripeterselo potrà togliere la magia ma aumentare la consapevolezza. Quando si parla di sport, questo vale ancora di più.

La maggior parte delle volte staremo semplicemente a guardare proprio come abbiamo fatto oggi ma ciò che conta è l’attimo successivo all'ammissione di debolezza: “sono morto”, “ci provo fino alla fine”, “lo devo a me stesso”, “un ultimo sforzo”.

Questa triade è l’unica vera morale della meravigliosa favola che Jannik Sinner ci ha fatto vivere oggi, e lo sarebbe stata con o senza lieto fine. Abbiamo sempre più bisogno di storie così.

di Raffaela Mercurio

Sinner, quella fotografia che è già storia

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2024-01-28 15:13:03

2024-01-28 14:13:03

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