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Moriyasu e Louis Enrique

Maestri in panca

I Mondiali sono la massima rappresentazione del calcio come la metafora della vita. La rappresentazione massima di questo concetto risiede in Moriyasu, allenatore del Giappone, e quello della Spagna Louis Enrique.
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I Mondiali, fra le tante cose, hanno questo di bello: permettono anche a chi è molto relativamente interessato al pallone di capire perché tanti appassionati si affannino a ripetere che il calcio è una metafora della vita. Una delle più potenti in circolazione. E come l’allenatore sia una figura dalla personalità assimilabile – nelle sue migliori espressioni, s’intende – a un padre o un maestro.

Non sapremmo come interpretare, se non in questo modo, due fra i personaggi più iconici dei Mondiali qatarioti: gli allenatori di Giappone e Spagna, Hajime Moriyasu e Louis Enrique. Il primo è assurto a popolarità globale per i suoi impeccabili abiti tre pezzi sfoggiati in panchina e soprattutto per l’impareggiabile gestione tanto dei momenti più felici quanto dell’eliminazione dei suoi ragazzi. L’ormai ex commissario tecnico spagnolo, invece, per una fedeltà alle proprie idee e ai propri princìpi che è riuscita a imporsi anche oltre le vicende tragiche della vita privata, segnata da un lutto che non può passare: l’addio a una figlia stroncata in tenerissima età da un male incurabile.

Con quel profondo inchino rivolto ai tifosi in tribuna subito dopo l’eliminazione, frutto di un’antichissima tradizione culturale, Hajime Moriyasu può essere apparso lontano nel tempo ai nostri occhi spesso smaliziati e cinici. Quasi alieno. Facciamo fatica, noi occidentali, a comprendere fino in fondo portata e senso di un simile gesto. Riconoscenza e ringraziamento, certo, ma prima di ogni altra cosa assunzione di responsabilità. Inchinandosi, mister Moriyasu riconosce i limiti del proprio lavoro e “chiede scusa” per questo. Senza che si perdano di vista i meriti, sia chiaro, perché il Giappone ha superato le più rosee aspettative e conquistato il valore più alto agli occhi del Paese: il rispetto. Tanto è vero che, al rientro a Tokyo, i “samurai blu” sono stati accolti come degli eroi. Sta di fatto che nel momento della sconfitta è spettato al capo tirare le somme, raccogliere in cerchio i suoi, trarre un primo bilancio di ciò che di molto buono e meno buono si è fatto e condividere il momento con la propria gente. Chiedendo persino scusa per quello che è mancato.

Allo stesso modo, al capo spagnolo Louis Enrique è toccato assumersi la responsabilità ultima di un’eliminazione maturata solo ai calci di rigore, come un anno e mezzo fa agli Europei inglesi contro l’Italia. Non sconfitti in campo ma battuti ai penalty, per responsabilità che intuitivamente possono essere dell’allenatore solo fino a un certo punto. Non conta e non deve contare: l’insieme delle scelte, dei nomi, degli schemi e di un intero cammino restano giustamente in capo a chi fino a poche ore fa era l’allenatore della Spagna. Ora non lo è più ma, come il suo collega nipponico, Louis Enrique ha lasciato parole, segni e gesti molto più importanti di un bel tiro da 11 metri.

Può sembrare una consolazione ipocrita e sentimentale e invece è il monito che arriva da uno dei due uomini più soli di una squadra di calcio. L’altro è il portiere, che racconta tutt’altre storie. L’allenatore studia, si consiglia, parla, media, ma alla fine prende da solo tutte le decisioni che determineranno il destino di un intero team. Passa un’esistenza sospesa fra gloria e maledizione perché è la sua vita, la sua scelta.

 

di Fulvio Giuliani

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