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Parlò di Padania a tutta l’Italia

Gianni Brera non è stato solo il più grande giornalista sportivo del nostro Paese ma fu anche gastronomo e divulgatore delle eccellenze italiane. Amava la sua terra, la Padania, e la raccontò sempre con passione.

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Dicono che la nebbia sia il vestito migliore nella Lombardia di pianura, e questi sono giorni di nebbia a San Zenone – dove Gianni Brera nacque ed è sepolto – e anche tra Maleo e Casalpusterlengo, sulla strada dove morì. Sono già ventinove anni. Nel 1992 non c’era nebbia, quella notte. Dicono che lui dormisse, dietro. Sicuramente il suo amico che guidava aveva bevuto solo acqua. In questo Brera aveva anticipato di molto il palloncino. Come in Germania e in Scandinavia, o si hanno amici astemi (non è così facile) o uno a turno non beve.

Gianni Brera non è stato solo il più grande giornalista sportivo e non di questa nostra Italia, fu anche grande gastronomo, uno dei primi giornalisti a raccontare e a recensire sui giornali la bontà di piatti e vini. Come i tanti che ricordano la sua bassa, la sua “pianariva” natia. Come quando, in concomitanza di passate feste natalizie, scriveva di Spessa Po: «Grande cucina, grande bevuta. Gente amica, gente timida. Io ho portato un panettone vero, di quelli da cinque chili, fatto in pasticceria. Io lo faccio così, il Natale: di notte, nella nebbia, con i miei amici contadini. Contadini nobili. Come i baroni del sud».

In tanti ci si chiede: cos’avrebbe detto di questo? E ‘questo’ può essere tante cose: il Pallone d’oro a Ronaldo, l’albero di Natale o 4-3-2-1 del Milan, Pantani, il Chievo, la Lazio. Cosa avrebbe detto di Buffon o di Totti o di Zidane. Credo avrebbe scritto un pezzo (ne aveva facoltà) che cominciava così: «Egregi signori del calcio, ritengo opportuno segnalarVi che mi avete veramente rotto i coglioni». Capello, il suo “Gran Bisiaco”, l’avrebbe difeso comunque. E avrebbe fatto bene: di tutti gli allenatori in attività, è stato l’unico presente al suo funerale. Brera faceva sfoggio di spirito e di umorismo. Ma avevano voglia di ‘aprire agli altri’ e di ‘chiudere a lui’.

Il suo standard stilistico era altissimo: per tanti forse lo sport era una materia troppo labile per la sua cultura. Brera lo studiava con serietà, a fondo. Le sue definizioni letterarie, i suoi sinonimi sono entrati addirittura nel lessico del codice sportivo e del regolamento. Il giorno che lo nominarono direttore della “Gazzetta dello sport”, un vecchio tipografo gli disse: «Guardi, io non credo alla morale del mondo. Ma oggi penso che una certa giustizia, alla grossa, nel mondo, esiste». Si dimetterà nel 1954, dopo uno scontro con la proprietà che lo aveva accusato di filo-comunismo per aver dato troppo risalto al record mondiale dei 5mila metri del sovietico Volodymyr Kuc.

Amava la sua terra, la Bassa. Se c’è un libro di gastronomia da salvare, è “La pacciada”, che ha scritto con un altro grande come Luigi Veronelli. Se si vuol capire qualcosa di ciclismo, degli anni eroici del ciclismo, bisogna leggere “Addio bicicletta”, Brera l’ha scritto un sacco di anni fa. E pochi letterati da Strega e da Campiello avrebbero descritto l’Italia di Coppi come ha fatto lui. E poi tutti i suoi libri da leggere e amare.

Gli è stata dedicata l’Arena di Milano, a due passi da casa sua, e mi sembra una bella cosa dopo le tante figure meschine che questa Italia ha fatto per non ricordarlo. Sì, una bella cosa. Ha anche una via a Soveria Mannelli, in Calabria, e una a Roma. Dovrei immaginare cosa penserebbe Brera della devolution, lui che ha parlato di Padania prima di altri. E devo confessare che mi ha insegnato a bere il Barbaresco e il Barolo.

 

di Davide Fent

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