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Apple si arrende: per salvare Siri serve il cervello di Gemini

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La notizia è ora ufficiale: la prossima generazione di Siri sarà alimentata da Gemini, l’intelligenza artificiale di Google

Apple si arrende: per salvare Siri serve il cervello di Gemini

La notizia è ora ufficiale: la prossima generazione di Siri sarà alimentata da Gemini, l’intelligenza artificiale di Google

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Apple si arrende: per salvare Siri serve il cervello di Gemini

La notizia è ora ufficiale: la prossima generazione di Siri sarà alimentata da Gemini, l’intelligenza artificiale di Google

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Ricordate il “Think Different”? Oggi lo slogan di Cupertino suona più come “Think Google”.

Dopo anni passati a costruire recinti dorati e a rivendicare la superiorità di un ecosistema chiuso, Apple ha dovuto fare i conti con la realtà. La notizia è ora ufficiale: la prossima generazione di Siri sarà alimentata da Gemini, l’intelligenza artificiale di Google.

Il punto è semplice: Apple è rimasta indietro. Mentre OpenAI e Google correvano, a Cupertino cercavano di capire come non far sfigurare Siri, un assistente rimasto fermo a un decennio fa. I dati sono impietosi: il modello IA attuale di Apple si ferma a circa 1,5 miliardi di parametri. La versione personalizzata di Gemini che vedremo su iPhone ne avrà 1,2 trilioni. Parliamo di una differenza di scala che rende ogni velleità di “faccio tutto da solo” un suicidio tecnologico.

Proprio a causa di questi ritardi accumulati, John Giannandrea – il capo dell’IA in Apple che era arrivato proprio da Google nel 2018 – ha dovuto lasciare il suo ruolo operativo nel dicembre scorso.

Per anni ci hanno spiegato che la privacy e l’integrazione verticale erano i pilastri intoccabili di Apple. Oggi scopriamo che, pur di non perdere il treno dell’IA generativa, Tim Cook è disposto a pagare circa un miliardo di dollari l’anno al suo rivale storico.

Apple promette comunque che la privacy resterà al sicuro grazie al “Private Cloud Compute”, ma la verità è che sotto il cofano della rivoluzione attesa per il 2026 non batterà un cuore progettato a Cupertino, ma un algoritmo di Mountain View. È la vittoria del pragmatismo sull’ego: meglio un iPhone che parla “Google” che un iPhone che non sa rispondere a una domanda complessa.

Dovremo aspettare la primavera del 2026 e l’aggiornamento iOS 26.4 per vedere i primi risultati reali della collaborazione. Siri dovrebbe finalmente capire cosa stiamo guardando sullo schermo e interagire con le app in modo umano.

È la mossa giusta? Probabilmente sì. Apple ha capito che non può più permettersi di vendere hardware d’avanguardia con un software che sembra un pezzo d’antiquariato. Resta però una domanda aperta: una volta che apri le porte del tuo giardino segreto al tuo peggior nemico, sei ancora tu il padrone di casa?

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