Dobbiamo avere paura dei signori delle big tech?
Domanda secca: dobbiamo aver paura di cedere la nostra libertà ai “cattivoni” dei social e delle big tech?

Dobbiamo avere paura dei signori delle big tech?
Domanda secca: dobbiamo aver paura di cedere la nostra libertà ai “cattivoni” dei social e delle big tech?
Dobbiamo avere paura dei signori delle big tech?
Domanda secca: dobbiamo aver paura di cedere la nostra libertà ai “cattivoni” dei social e delle big tech?
Domanda secca: dobbiamo aver paura di cedere la nostra libertà ai “cattivoni” dei social e delle big tech? Come ovvio, non c’è una risposta altrettanto secca, oltretutto a un quesito volutamente retorico. Però il tema esiste e converrebbe affrontarlo con capacità analitiche e non ideologiche, sfuggendo a simpatie o antipatie.
Innanzitutto, il problema non nasce con Trump II e il ruolo a un tempo indefinito e debordante di Elon Musk. Se fra i padroni del vapore digitale così tanti e in così poco tempo hanno compiuto vere e proprie inversioni a 180°, per mettersi in scia ai desiderata del nuovo potere di Washington, vuol dire che nessuno di loro era concettualmente lontano da una certa visione del business e soprattutto del rapporto fra quest’ultimo e la politica. Cerchiamo di non raccontarci favole, suvvia.
Questo, piuttosto, getta un’ombra su quella fase – neppure breve – in cui tutto ciò che arrivava dagli Stati Uniti in versione digital e in special modo dalla costa ovest, e dalla Silicon Valley era invariabilmente ammantato di una veste iper progressista. Accantonata con un’indifferenza e una fretta francamente imbarazzanti e lo scrive chi non ha mai e poi mai apprezzato le esagerazioni woke. La sorpresa per quanto accaduto nelle ultime settimane è durata il giusto. Semmai, sono gli anni precedenti quelli per cui potremmo legittimamente sentirci un po’ presi in giro da chi – ci piaccia o no – ha contribuito a plasmare la nostra vita.
Per provare a rispondere alla domanda d’apertura, non si tratta di aver paura o urlare alla dittatura tecnologica. Sono la nostra impreparazione e la nostra superficialità ad aiutare chi ritiene di potersi muovere con assoluta disinvoltura fra retorica woke e trumpismo più sfrenato come se nulla fosse. Siamo noi che non opponiamo nessuna resistenza alla dittatura degli algoritmi, rinunciando all’esercizio vitale della curiosità e del dubbio. Siamo noi a sollevare agli altari – eleggendoli a paladini della libertà – quelli che dopo tre mesi bolliamo come pericolosi aspiranti nazisti o spericolati tecnocrati.
Tanto per esser chiari, mesi fa cominciammo a scrivere di Elon Musk e dei giganteschi interrogativi sui suoi conflitti di interesse e il modo mai visto di interpretare il ruolo di businessman nei palazzi del potere. Lo facemmo riconoscendone i tratti geniali dal punto di vista imprenditoriale, senza rinunciare a porci delle domande.
Nessuno ha obbligato Mark Zuckerberg a rivedere radicalmente tutte le politiche relative alla Diversity&Inclusion in azienda, alla cura delle fonti, al rispetto della realtà dei fatti. Era sempre sua l’azienda che si era fatta paladina di un bel pezzo di retorica woke e oggi si è trasferita armi e bagagli sulla sponda opposta del fiume.
Siamo noi che dovremmo sviluppare una capacità di analisi e di rapporto con queste piattaforme, fatta soprattutto di consapevolezza dei loro meccanismi: è una nostra scelta far finta di non vederli.
di Fulvio Giuliani
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