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Digitale buono e farlocco nelle classi e all’università

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L’intelligenza artificiale è pronta a leggere, scrivere e far di conto al posto di ogni singolo studente, sfornandogli scritti, letture e compiti di matematica

Digitale buono e farlocco nelle classi e all’università

L’intelligenza artificiale è pronta a leggere, scrivere e far di conto al posto di ogni singolo studente, sfornandogli scritti, letture e compiti di matematica
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Digitale buono e farlocco nelle classi e all’università

L’intelligenza artificiale è pronta a leggere, scrivere e far di conto al posto di ogni singolo studente, sfornandogli scritti, letture e compiti di matematica
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Da un quarto di secolo la scuola che arriva dall’ottocentesco “leggere, scrivere e far di conto” – col suo modello militare del plotone di scolari schierati davanti al docente – affronta scompostamente, ignorantemente e luddisticamente lo tzunami delle innovazioni digitali. Didattica, curricula, docenti, discenti, strutture fisiche, istituzioni preposte, industria privata dell’istruzione si ritrovano frullati in una tempesta perfetta che, con l’occasione squassante delle nuove tecnologie, mette a nudo mali incancreniti e recenti. Nel turbine c’è di tutto: didattica a distanza (tanto detestata da stuoli di insegnanti frustrati), analfabetismo di ritorno (più della metà del mondo), apprendimento permanente (longlife learning), ritorno sereno dell’istruzione domiciliare (homeschooling), “classe capovolta”, corsi online aperti e di massa (Mooc), gamification, micro-credenziali 3.0, insegnante robot. In più, il nobile “merito” abbruttito dal votificio, genitori aggressori, figli consumatori, stipendi umilianti, docenti ignoranti, smartphone vietati, Wikipedia da arginare, attenzione degli alunni ridotta a pochi secondi, concorrenza felice/letale dei social, dipendenza dai videogiochi e (forse) una bidella pendolare con 10 ore di treno al giorno. Ma nel vortice c’è soprattutto il nemico numero uno o l’unica rivoluzione plausibile: l’intelligenza artificiale. È pronta a leggere, scrivere e far di conto al posto di ogni singolo studente, sfornandogli scritti, letture e compiti di matematica con una “personalità” scelta dall’allievo fra quelle offerte dalle migliori IA: scrivere alla Montanelli, leggere tutta la letteratura latino-americana in poche ore, risolvere formule con l’acume di Alan Turing. Per le lingue c’è un chat-bot poliglotta che usa la sua voce, identica, negli orali. In attesa che la scuola arrivi efficiente e aggiornata ai discenti, questi lasciano la scuola fisica e optano, a pagamento, per l’apprendimento online. Gli indiani sono i maggiori consumatori di digital education al mondo (69%), seguiti dai brasiliani (57%) e dai cinesi (48%); in Europa primi sono gli spagnoli (34%). L’istruzione terziaria sul web è il segmento più grande (68%). Nelle prime 200 università online dominano quelle in inglese (85%) frequentate al 70% da asiatici e africani. Per la Oecd ne avremmo un gran bisogno col nostro misero 20% di laureati. Nel 2022 il mercato globale dell’educazione digitale è stato di 243 miliardi di dollari ed è nella Rete che finalmente si vedono innovazioni didattiche: circa il 65% dei docenti sostiene le risorse educative aperte (Oer) e il 63% appoggia il sistema educativo basato su competenze (Cbe) dove gli allievi avanzano, col loro ritmo, nella abilità o competenza che padroneggiano. Ma tornando fra le quattro mura dell’aula, non pare proprio che ci siano maestri che sappiano/vogliano armeggiare con sufficiente destrezza il nuovo armamentario delle innovazioni tecnologiche per rivoltare la scuola come un calzino. Non sono in grado o proprio non hanno nessuna intenzione di imboccare una nuova-antica didattica, con magari i pargoli che imparano il coding fin dall’asilo. Forse non rimane altro che far usare e creare intelligenza artificiale, realtà virtuale/aumentata/mista, robot, metaversi e videogiochi agli stessi studenti, autodidatti spontanei come tutti gli umani (vedi Socrate e Montessori). Di Edoardo Fleischner

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