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Portare il digitale a scuola e nel reale

 “2001: Odissea nello spazio”, Stanley Kubrick avrebbe voluto chiamare IBM il super computer ribelle del film, vero protagonista del suo capolavoro. Una curiosità che aiuta a comprendere il valore di una company che ha accompagnato l’intera evoluzione tecnologica del XX e XXI secolo

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Impegnato nella stesura dello script di “2001: Odissea nello spazio”, Stanley Kubrick avrebbe voluto chiamare IBM il super computer ribelle del film, vero protagonista del suo capolavoro. Ai suoi occhi, già nel 1968 l’azienda incarnava l’idea stessa di evoluzione tecnologica. Considerato il ruolo non esattamente positivo interpretato dalla macchina nel film, l’autorizzazione gli sarebbe stata negata e Kubrick avrebbe optato per un omaggio ‘mascherato’, chiamando il computer Hal 9000, una lettera in meno per ciascuna rispetto appunto a IBM.

Una curiosità che aiuta a comprendere il valore di una company che ha accompagnato l’intera evoluzione tecnologica del XX e XXI secolo. Un brand capace di affermarsi decenni prima dell’arrivo dei “nerd rivoluzionari” della Silicon Valley ed esserci ancora oggi. «Credo che proprio questo essere stati in grado di attraversare le epoche sia parte fondante del nostro impegno, nel mondo e in Italia» spiega Stefano Rebattoni, ceo IBM nel nostro Paese. «Abbiamo 111 anni di storia e più di 90 in Italia. Con orgoglio, parlo di IBM come IBM Italia perché arrivammo nel primo dopoguerra, cominciando una storia che, se proiettata sul tasso di innovazione del settore in cui operiamo, equivale a ere geologiche. 90 anni nell’information tecnology valgono secoli in qualsiasi altro ambito. Da sempre assicuriamo un ruolo molto forte di supporto a tutti i settori e alle infrastrutture critiche del Paese, sfruttando l’innovazione tecnologica, la ricerca e il digitale. Eravamo un’azienda che faceva per il 70% servizi e per il 30% prodotti, negli ultimi anni siamo passati al 70% di tecnologie e al 30% di servizi grazie all’apporto incrociato di competenze professionali, intelligenza artificiale e cloud ibrido. In un ecosistema in cui ognuno mette a fattor comune il meglio delle proprie capacità».

Torniamo con il naso all’insù: siamo rimasti tutti affascinati dalle immagini dello spazio profondo, catturate dal telescopio spaziale James Webb. Pochi sanno che senza i giganteschi calcolatori dell’IBM (occupavano intere sale della Nasa) l’uomo non sarebbe andato sulla Luna, di sicuro non ci sarebbe arrivato il 20 luglio 1969. Giusto chiedersi se oggi un neo assunto IBM conosca e senta il peso di questa storia. «Dobbiamo fargliela conoscere» sottolinea Rebattoni. «A volte viene dimenticata, ma la storia conta. Anche se oggi il nostro brand è poco visibile rispetto a quello che poteva essere anni fa. Questo per una semplice ragione: abbiamo deciso che la nostra strategia dovesse basarsi sulla dimensione dell’enterprise business, uscendo progressivamente dal mondo consumer. Un ragazzo o una ragazza che entrano in IBM devono conoscere la storia, fra cui l’impresa di Apollo 11, così come la realtà contemporanea. Dietro ai servizi strategici dell’Italia – mi riferisco a sistemi finanziari, banche, assicurazioni, previdenza, fiscalità, pubblica amministrazione, sistemi di trasporto ferroviario e su terra, gestione delle infrastrutture come ponti e viadotti – ci sono persone e sistemi IBM. Ogni qualvolta si va al supermercato o si compra un biglietto aereo, si sfrutta la nostra tecnologia».

E qui emerge una strategia differente, proprio mentre per la prima volta altrove calano i ricavi: «In un mondo in cui si parla sempre più di digitale per il digitale (si pensi al Metaverso) quello che all’IBM piace portare avanti è il digitale per il reale. Il che vuol dire – chiarisce Rebattoni – applicare il tasso di innovazione per cose reali e concrete. Noi crediamo nella nuova frontiera tecnologica del quantum computing, computer dalla potenza di calcolo inimmaginabile. Vogliamo applicarla su cose di valenza concreta per l’Italia e per il mondo come la lotta al cambiamento climatico, la ricerca su materiali e materie prime, l’assorbimento della CO2. Il nostro impegno non è digital for digital ma digital for real».

Nulla è più reale e concreto della formazione dei nostri ragazzi e le parole del numero uno di IBM Italia suonano come una sentenza: «Purtroppo, c’e un enorme gap tra le competenze richieste dall’industria e la disponibilità sul mercato. E questa forbice è destinata ad allargarsi. Lo vediamo nella contesa e nella guerra dei talenti. L’invito è a studiare, studiare di più, possibilmente materie con declinazioni tecnologiche (Stem) e iniziare ad avere a che fare con la tecnologia fin da bambini. L’impegno che IBM porta, anche nelle scuole, è quello di far toccare con mano agli studenti cosa voglia dire sviluppare in cloud, lavorare con l’intelligenza artificiale, perché la pratica è quella che aiuta i ragazzi a comprendere il valore di questa formazione». Tema nel tema, quello femminile. Rebattoni sottolinea che «10 anni fa abbiamo lanciato il “programma Nerd”, acronimo di “Non è roba per donne”. Da allora siamo andati e continuiamo ad andare nelle scuole medie per sfatare questo falso mito. Per ribadire che tecnologia e innovazione sono materie in cui investire il capitale femminile. La cosa interessante è che in questo decennio abbiamo visto un aumento progressivo del numero di iscrizioni di ragazze alle università del mondo tecnico e scientifico che ci seguono in questa impresa».

Un partner di aziende e pubblica amministrazione come IBM non può che guardare con estremo interesse al Pnrr: «Siamo bravissimi nella pianificazione ma rispetto ad altri Paesi abbiamo tanto da imparare nell’esecuzione» osserva Rebattoni. «La pianificazione è stata eccellente e abbiamo ottenuto il maggior numero di fondi stanziati a livello europeo. Come al solito, nella fase esecutiva risentiamo del fattore tempo. Le scelte sono corrette: tecnologia e innovazione, sostenibilità, competenze e capitale umano. Il fattore tempo nella realizzazione resta però critico. Ma soprattutto – conclude il ceo di IBM Italia – non possiamo permetterci di ridiscutere le scelte fatte».

Di Fulvio Giuliani

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