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La Francia vuole disciplinare gli influencer

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La Francia di Macron ha annunciato di voler regolamentare il lavoro degli influencer, molto più diffuso (e oscuro) di quello che possiamo pensare

La Francia vuole disciplinare gli influencer

La Francia vuole disciplinare gli influencer

La Francia di Macron ha annunciato di voler regolamentare il lavoro degli influencer, molto più diffuso (e oscuro) di quello che possiamo pensare

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La Francia vuole disciplinare gli influencer

La Francia di Macron ha annunciato di voler regolamentare il lavoro degli influencer, molto più diffuso (e oscuro) di quello che possiamo pensare

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Quante volte, negli ultimi anni, alla domanda “Cosa fai nella vita?” abbiamo sentito la risposta: “Sono un influencer!”. Moltissime, forse troppe, ma ancora oggi è fitto il mistero su cosa significhi esattamente questo lavoro e se sia possibile davvero definirlo tale.

La Francia è il Paese europeo più attivo nel cercare soluzioni sull’argomento: il partito del presidente Macron e il Partito Socialista hanno annunciato che sono a lavoro su una bozza di legge sulla regolamentazione di una professione con troppi margini di libertà per il grado di influenza (appunto) che ricade sugli utenti. Molto più forte di quanto si immagini. In particolare, l’attenzione è posta sulle cosiddette sponsorizzazioni, pubblicità di prodotti più disparati spesso di dubbia qualità o non soggetti a controlli – vedi integratori e pillole – o attività problematiche come le scommesse. Fino ad oggi nel Paese le leggi utilizzate per la categoria sono le medesime adottate per  le cosiddette «attività artistiche» e per modelle/i. Altro punto è anche la regolamentazione del mestiere di “agente degli influencer”, al momento non classificabile nelle categorie esistenti in Francia di agente sportivo, artistico o per modelli.

Il ministro dell’Economia Bruno Le Maire ha addirittura lanciato una consultazione popolare ad inizio mese per raccogliere proposte su come “inquadrare meglio gli influencer”. Ma la Francia non si è fermata soltanto alle parole. Già nel 2021, la blogger Nabilla Benattia-Vergara ha ricevuto una multa di 20mila euro dall’agenzia governativa per la tutela dei consumatori francesi per una pubblicità di bitcoin sul suo account Snapchat non correttamente dichiarata. Ed è solo uno dei tanti esempi.

Anche in Italia il tema è aperto al dibattito. Già da tempo l’influencer e scrittrice Camihawke si batte sul tema, sottolineando più volte come non tutte le sue colleghe fossero corrette nel dichiarare apertamente un contenuto pubblicitario sui propri social con l’apposita dicitura #adv. Se infatti i primi a cavalcare questo successo ci avevano abituato a pubblicità di t-shirt e scarpe, oggi sui social si sponsorizza davvero di tutto e non è facile comprendere la linea di demarcazione tra influncer marketing e la vera e propria truffa.

Una questione soltanto all’apparenza irrilevante se si pensa che, dati di luglio 2022, circa 350mila persone in Italia rientrano nella categoria influencer e content creator professionisti. Persone che ogni giorno trainano interi mercati e condizionano scelte e gusti degli utenti, soprattutto delle fasce più deboli, con conseguenze spesso nefaste proprio sotto i nostri occhi. Mica pizza e fichi, scusate il francesismo.

  di Raffaela Mercurio

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