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Le informazioni sprecate e le complicazioni inutili

La Pubblica amministrazione, pur avendo a disposizione milioni di dati, sottopone il cittadino a costose certificazioni e complessi adempimenti burocratici. È pertanto più che mai necessario il dialogo tra piattaforme digitali delle varie ‘anime’ della Pa.

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Siamo inondati da annunci enfatizzanti l’introduzione, nella vita di ciascun cittadino-contribuente, di sempre nuovi sistemi digitali – spesso talmente nuovi che vengono sostituiti prima ancora di entrare in funzione – volti a semplificare il sistema e ottimizzare, in ambito fiscale, la giusta lotta all’evasione. Ma è così? Salvo alcune eccezioni, i risultati non sono ancora lusinghieri. Lo testimonia il fatto che la Pubblica amministrazione, pur avendo a disposizione milioni di dati, per evitare truffe e condotte illecite che non riesce a controllare in ambito fiscale e amministrativo sottopone il cittadino a costose certificazioni e complessi adempimenti burocratici, che peraltro non sempre riescono a evitare le frodi ma sicuramente penalizzano il contribuente corretto.

È pertanto più che mai necessario il dialogo tra piattaforme digitali delle varie ‘anime’ della Pa per riuscire finalmente ad applicare, ad esempio, il principio ‘once only’ ovvero non richiedere al cittadino documenti o dati già in possesso di uffici pubblici. Un divieto in tal senso è contenuto già nella riforma Bassanini ma evidentemente viene ignorato, visto che l’attuale governo ha dovuto ribadirlo nel recente decreto Concorrenza.

Il periodo straordinario che stiamo vivendo ha dato una spinta mai vista prima verso quel futuro in cui le informazioni digitali siano già pronte da condividere come soluzioni analitiche delle emergenze strutturali sanitarie, economiche e sociali o più semplicemente per facilitare il lavoro degli intermediari fiscali, divisi tra devozione e passione per i propri clienti e la necessità di trasformare la Pa in Open Pa attraverso la valorizzazione dei dati.

L’interoperabilità dei dati tra Pa, imprese e cittadini sta spesso sotto una lente di ingrandimento che focalizza solo la costante ‘crisi’ di non riuscire a semplificarne i flussi, senza individuarla come opportunità per applicare tecnologia, velocità e potenza di calcolo: alleati in un mondo che ha bisogno di pragmatismo e di una direzione chiara e univoca.

I dati sono oggi l’energia rinnovabile del nostro Paese, che come tale deve essere distribuita al meglio in rete con tutti gli strumenti che la transizione digitale mette a disposizione per raccoglierli, ordinarli, gestirli secondo la normativa e poi condividerli per generare valore, risparmiando tempo e denaro pubblico. L’esperienza ci dice che un’architettura di res publica in cui i big data – il nostro vero patrimonio materiale e immateriale – sono aperti e si ‘parlano’ contribuisce a trasformare il desiderio di semplificazione in una rivoluzione che immette nelle turbine delle imprese energia sempre più sostenibile.

La storia ci insegna che da grandi crisi nascono grandi opportunità e idee rivoluzionarie: dopo la peste nera del Trecento arrivano il Rinascimento, l’invenzione della stampa moderna e le mappe (molto prima di Google!); dal Secondo dopoguerra sbocciano idee geniali come Nutella, Lambretta e Olivetti, mentre dalla profonda recessione economica del 2008 nascono aziende dirompenti della sharing economy come Airbnb e Uber.

Connettere gli oggetti in rete oggi è facile, ma la vera sfida è riuscire a connettere le persone. Siamo sicuri che Leonardo lo avrebbe fatto, per amore dei 60 milioni di nipoti che ha oggi in Italia, ma soprattutto per consolidare quel capitale culturale, manifesto dell’immaginazione dei nostri antenati. Tocca a noi ora trasformare in uno scopo il valore dell’immenso patrimonio dei dati.

 

Di Riccardo Alemanno

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