Spotify compie 15 anni
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Con oltre mezzo miliardo di utenti e 220 milioni di abbonati, Spotify è la piattaforma musicale più popolare e discussa al mondo
Spotify compie 15 anni
Con oltre mezzo miliardo di utenti e 220 milioni di abbonati, Spotify è la piattaforma musicale più popolare e discussa al mondo
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Spotify compie 15 anni
Con oltre mezzo miliardo di utenti e 220 milioni di abbonati, Spotify è la piattaforma musicale più popolare e discussa al mondo
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Con oltre mezzo miliardo di utenti e 220 milioni di abbonati è la piattaforma musicale più popolare e discussa al mondo. Non più soltanto download ma anche podcast e audiolibri: Spotify compie 15 anni e sicuramente Daniel Ek e Martin Lorentzon, fondatori di una sconosciuta startup di Stoccolma all’inizio della nuova era della musica liquida, non avrebbero mai immaginato un tale successo commerciale e mediatico. Successo che fra l’altro non coincide per forza con la redditività: quotata in Borsa dal 2018 e valutata attualmente intorno ai 30 miliardi di dollari, lo scorso anno Spotify ha perduto 430 milioni di euro su 11,7 miliardi di ricavi. Dal 2009 all’anno in corso le perdite hanno toccato i 4 miliardi di euro, mettendo fortemente in dubbio il modello economico dello streaming. Gli stessi artisti lamentano di essere retribuiti con royalty bassissime, sia dalla stessa Spotify che dalle altre piattaforme più cliccate. Nel frattempo è stato operato un taglio del 6% della forza lavoro, anche se va detto che Amazon e Disney (due fra i competitor più facoltosi) hanno saputo fare di peggio.
In ogni caso – fra ascese e cadute, podcast poco produttivi e controversi (come “Joe Rogan Experience”, con posizioni anti-vax, che è costato alla piattaforma la perdita del catalogo di Neil Young e non solo) – Spotify ha senz’altro riscritto la storia dell’industria musicale. Nei primi anni del nuovo secolo la produzione discografica era infatti depredata dalla pirateria, con siti peer-to-peer come Napster e Limewire che svuotavano le tasche delle etichette discografiche negli Stati Uniti e poi in Europa. Nessuno voleva più spendere venti dollari per un cd. Il sistema era in crisi, senza soluzioni. Poi nel 2008 è partita la controrivoluzione. Con il lancio della piattaforma di servizio di streaming audio, i consumatori potevano investire dieci euro mensili per accedere a una vasta libreria musicale virtuale. Anzi, l’ascolto era pure gratuito se si accettava con pazienza l’intervallo di spot pubblicitari. Playlist personalizzate, riproduzione automatica, un clic e via. Musica liquida, spezzettata, con i creatori delle compilation che diventavano star.
Con l’avvento di Spotify tutto è insomma cambiato: lo streaming musicale, che nel 2010 occupava il 7% del mercato statunitense, a fine 2020 è arrivato all’83%, con ricavi che nello scorso anno hanno toccato quota 12,2 miliardi di dollari (dati Record Industry Association of America). Nel settore hanno investito anche giganti come Apple, che si era vista sfilare il predominio sul mercato ottenuto con la diffusione dell’iPod nel 2001 e due anni dopo con iTunes. Il settore intanto continua a cambiare e resta accesa la sfida fra i giganti dell’industria musicale.
di Nicola Sellitti
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