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Videogiochi allo stato dell’arte

I videogiochi della classificazione AAA sono in grado di rivaleggiare con le più blasonate pellicole hollywoodiane e rappresentano lo stato dell’arte del settore, sfoggiando anche tecnologie molto avanzate.

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Nel mercato ormai globale dei videogame esistono numerose tipologie che vengono declinate e catalogate in modi differenti; dal genere di gioco alla piattaforma hardware su cui questo gira, dal modello di distribuzione (supporto fisico o digitale, fascia di prezzo, ecc.) al target di pubblico più o meno adulto, giusto per citare qualche esempio.

Tra tutte le classificazioni, forse la più significativa – di sicuro la più nota e utilizzata dagli utenti – è quella relativa all’impegno economico produttivo: si parte dai cosiddetti III (tripla i) creati da piccole imprese indipendenti, fino agli AAA delle aziende più grandi – e ultimamente si inizia a parlare addirittura di AAA+ e di AAAA.

Questi videogiochi con budget di produzione milionari in grado di rivaleggiare con le più blasonate pellicole hollywoodiane – realizzati da centinaia tra creativi, grafici e programmatori al lavoro in squadre di sviluppo per mesi e spesso anche per anni – rappresentano lo stato dell’arte del settore e sfoggiano le più avanzate tecnologie, soprattutto dal punto di vista audiovisivo, che il mercato sia in grado di offrire.

Uno dei primi titoli AAA della storia, nonché uno dei più famosi, è “Final Fantasy VII”, (video)gioco di ruolo giapponese uscito nel 1997 sulla prima Sony Playstation, costato all’epoca oltre 40 milioni di dollari e quasi altrettanti in una campagna marketing senza precedenti. Rifatto l’anno scorso su Playstation 4 e concepito come una serie a episodi che approfondisce la trama e i contenuti dell’originale, “Final Fantasy VII Remake” ha venduto la cifra record di oltre tre milioni e mezzo di copie in soli tre giorni, accaparrandosi prestigiosi premi e riconoscimenti da parte di critica e pubblico.

Il successo mondiale riscosso è stato tale da portare qualche mese fa a una conversione sulla nuova Playstation 5, dotata di un episodio inedito e ulteriormente potenziata sul versante estetico: “Final Fantasy VII Remake Intergrade”. Nel 2006, quando uscì al cinema “Final Fantasy VII: Advent Children”, lo spettacolare lungometraggio realizzato in una computer grafica a dir poco avveniristica, nessuno avrebbe immaginato che una quindicina di anni più tardi sarebbe stato possibile giocare a un videogame visivamente persino superiore.

È proprio questo il caso di “Intergrade”, che si rivela un acquisto del tutto obbligato per i possessori di PS5. In Europa il gigante dello stato dell’arte nei videogiochi è la francese Ubisoft, con un fatturato annuo di oltre un miliardo e mezzo di euro e più di 18mila dipendenti in varie filiali sparse in tutto il mondo. Giusto circa una settimana fa ha lanciato sul mercato l’imperdibile “Far Cry 6”, ultimo kolossal videoludico costato ben cinque anni di lavoro al suo ufficio canadese con oltre mezzo migliaio di impiegati. Nel gioco è stata creata una lussureggiante isola tropicale ispirata a Cuba con una superficie liberamente esplorabile di quasi 90 km 2 (il triplo rispetto al precedente “Far Cry 5”, in pratica un’estensione di poco superiore a quella della nostra Pantelleria), governata con pugno di ferro dal dittatore Antón Castillo.

Questo spietato quanto carismatico personaggio è interpretato da Giancarlo Esposito – attore che ha conquistato la notorietà mondiale grazie a serial tv del calibro di “Breaking Bad” e “The Mandalorian” – ricostruito virtualmente grazie alle migliori tecniche di motion capture.

Nei panni di un eroico guerrigliero (o guerrigliera, a seconda delle preferenze del giocatore) bisognerà unirsi ad altri ribelli per completare una serie di missioni al cardiopalma nel classico stile da blockbuster d’azione fino a liberare definitivamente l’isola dall’oppressore.

 

di Piermarco Rosa

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