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Bella Ciao inno ufficiale del 25 Aprile: i perché di un no.

Perché sono contrario al progetto di legge, a firma Pd, Iv e Leu, per rendere ‘Bella Ciao’ brano ufficiale del 25 aprile, da eseguire subito dopo l’inno di Mameli.

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Solo ieri scrivevo, per La Ragione in occasione del 77’ anniversario dello sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944. Poche righe, ma sentite, sull’eterno riconoscimento che dobbiamo a quei ragazzi che diedero l’assalto alle spiagge francesi, per la libertà di cui godiamo ancora oggi.
L’Europa sottoposta al giogo nazi-fascista cominciò a ricostruire il suo futuro democratico, soprattutto da un punto di vista morale più che militare, attraverso i movimenti di resistenza. Questo è indubbio e vale per ciascuna nazione in cui si svilupparono attività di ribellione all’orrido ‘nuovo ordine’ mondiale ipotizzato da Hitler.
In nessuno dei Paesi occupati dai tedeschi la resistenza fu sempre limpida e sotto una sola bandiera. L’Italia non fece eccezione, con un movimento estremamente variegato e composito. Democristiani, azionisti, repubblicani, monarchici, militari (tanti), comunisti, socialisti e liberali. In quella che fu una tragica guerra civile oltre che di liberazione, per troppo tempo persino negata, della resistenza la componente comunista fu quella ideologicamente più motivata e strutturalmente più organizzata. Questa realtà, unita all’atmosfera politica di un infinito dopoguerra, ha fatto passare l’idea di un movimento quasi esclusivamente ‘rosso’. Di questo, ‘Bella Ciao’ era e resta l’indiscutibile inno, oltre che una canzone struggente ed evocativa. Un mirabile componimento, ma pur sempre del tutto identificato con una parte ideologica.
Farne l’inno ufficiale del 25 aprile, della Festa della Liberazione, non significherebbe altro che proseguire o riprendere quella mistificazione e confusione storica che oggi non ha più alcun tipo di giustificazione.
Sempre perché non si vuol far pace con la Storia e il più delle volte non la si vuole neppure studiare.

di Fulvio Giuliani

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